Coinquilino, con quella testa
prematuramente calva impiantata su un corpo magro dalle anche larghe,
mi hai svuotato la casa di tutto, compresi i detersivi con cui dovrei
pulire il mio appartamento sporco. Perché invece di raccontarmi delle tue
noiose imprese in parapendio non mi spieghi la storia della tua
avarizia? Un giorno mi hai raccontato che ti diverti ad attraversare
l'aria spinto da un'elica fissata sul culo, e qualche settimana dopo
dicevi che, sbagliando, avevi fatto incastrare i fili del paracadute
nelle pale dell'elica, e così avresti dovuto ricomprare tutto. Ecco
perché sei tirchio, fai idiozie e poi lasci a me pagare il conto. Mi
fai un po' ridere. Sabato dovevi andare a vedere un circo a
Versailles, ma ti saresti dovuto sedere sull'erba. Ciononostante, hai
deciso di indossare degli abiti che consideravi eleganti, dei pantaloni mafiosi gessati, neri, una camicia a righe bianche, e delle
scarpe appuntite e verniciate, nere. Guardavo sconfortata i tuoi
jeans dalla vita ampia, adatti a calzare un bacino troppo largo
rispetto alle strette spalle che ti ritrovi; erano abbandonati sulla
poltrona, la stessa che oggi ho trovato sul marciapiede tornando a
casa, un rifiuto tra i rifiuti che sforni. Passavo lo sguardo dalle
tue scarpe di pelle, vigliaccamente inguardabili, minacciose ed
affilate fuori dai pantaloni, alle tue scarpe di tela, sformate dal
tuo piede largo e aperte sul pavimento. Poi ti guardavo in faccia, e
ti vedevo incerto e contento della tua scelta di quegli abiti formali
che ben avrebbero presentato il tuo scialbo corpo unto nella ricca
enclave francese. Un bambino patetico e un promettente burocrate.
Non sei cattivo, hai solo una
pragmatica tendenza alla stupidità. Ci siamo conosciuti che
rimpiangevi la ragazzina con cui eri stato a lungo, e che
avevi respinto perché all'avanzata età di ventun anni non aveva
ancora deciso di consacrare la sua vita a qualche creativa ambizione
come la tua, aprire un macdonald in centro città. Non potevi
certo passare la vita con una depressa attrice mancata, che perdeva
le sue giornate in casa, scioccata di fronte all'inganno brillante del nostro
mondo e delle sue promesse vuote. Avevi fretta di farti uomo, e non sapevi nemmeno amare, né ti
era ben chiaro cosa fosse un uomo, una donna, un amante, o un orgasmo.
Ti compatisco, caro coinquilino, ma ti ringrazio per avermi infestato
la casa con la tua presenza simbolica, manifesto tutto quello che non
voglio mai essere nella vita mia. Avrei voluto comunque che mi
spiegassi da quale angolo difficile della tua storia arrivano i tuoi
sogni arrivisti e monotoni. Magari questo mi avrebbe resa meno rigida
nella reazione al tuo alito sterile e frigido.