martedì 26 giugno 2012

La Storia Sconosciuta del Coinquilino Meccanico


Coinquilino, con quella testa prematuramente calva impiantata su un corpo magro dalle anche larghe, mi hai svuotato la casa di tutto, compresi i detersivi con cui dovrei pulire il mio appartamento sporco. Perché invece di raccontarmi delle tue noiose imprese in parapendio non mi spieghi la storia della tua avarizia? Un giorno mi hai raccontato che ti diverti ad attraversare l'aria spinto da un'elica fissata sul culo, e qualche settimana dopo dicevi che, sbagliando, avevi fatto incastrare i fili del paracadute nelle pale dell'elica, e così avresti dovuto ricomprare tutto. Ecco perché sei tirchio, fai idiozie e poi lasci a me pagare il conto. Mi fai un po' ridere. Sabato dovevi andare a vedere un circo a Versailles, ma ti saresti dovuto sedere sull'erba. Ciononostante, hai deciso di indossare degli abiti che consideravi eleganti, dei pantaloni mafiosi gessati, neri, una camicia a righe bianche, e delle scarpe appuntite e verniciate, nere. Guardavo sconfortata i tuoi jeans dalla vita ampia, adatti a calzare un bacino troppo largo rispetto alle strette spalle che ti ritrovi; erano abbandonati sulla poltrona, la stessa che oggi ho trovato sul marciapiede tornando a casa, un rifiuto tra i rifiuti che sforni. Passavo lo sguardo dalle tue scarpe di pelle, vigliaccamente inguardabili, minacciose ed affilate fuori dai pantaloni, alle tue scarpe di tela, sformate dal tuo piede largo e aperte sul pavimento. Poi ti guardavo in faccia, e ti vedevo incerto e contento della tua scelta di quegli abiti formali che ben avrebbero presentato il tuo scialbo corpo unto nella ricca enclave francese. Un bambino patetico e un promettente burocrate.

Non sei cattivo, hai solo una pragmatica tendenza alla stupidità. Ci siamo conosciuti che rimpiangevi la ragazzina con cui eri stato a lungo, e che avevi respinto perché all'avanzata età di ventun anni non aveva ancora deciso di consacrare la sua vita a qualche creativa ambizione come la tua, aprire un macdonald in centro città. Non potevi certo passare la vita con una depressa attrice mancata, che perdeva le sue giornate in casa, scioccata di fronte all'inganno brillante del nostro mondo e delle sue promesse vuote. Avevi fretta di farti uomo, e non sapevi nemmeno amare, né ti era ben chiaro cosa fosse un uomo, una donna, un amante, o un orgasmo. Ti compatisco, caro coinquilino, ma ti ringrazio per avermi infestato la casa con la tua presenza simbolica, manifesto tutto quello che non voglio mai essere nella vita mia. Avrei voluto comunque che mi spiegassi da quale angolo difficile della tua storia arrivano i tuoi sogni arrivisti e monotoni. Magari questo mi avrebbe resa meno rigida nella reazione al tuo alito sterile e frigido.

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