Prima, ha guardato fuori dalla finestra
e, poi, ha aperto la finestra. Ha respirato l'aria con gli occhi
chiusi immaginando quello che aveva visto prima attraverso i vetri.
Alcune case, poi un sacco di spazio violaceo per la luce del mattino
e l'umido della terra; dietro in fondo, le montagne e sopra alle
montagne, sopra all'umido viola il cielo pulito. Si immerge con la
testa nell'aria che respira e che contiene tutti quei dettagli ne
diventa parte, pensando alle sue mani. Che la prendono ai fianchi, premendo i lati del pube. Sente la passione di quel gesto e il
gesto fa parte dell'energia al cui centro lei è precipitata annusando
l'aria dalla finestra aperta. La abbraccia attorno alla vita. La
stringe. Le sta dietro. Lei, gli sta dentro. È libera di ammettere
che amarl* la libera. L* vorrebbe lì ora. Eppure è vero benessere
quello in cui si trova ora, distante dal suo abbraccio col suo
abbraccio su di sé e uno spazio immenso per fare della sua giornata
ciò che vuole. L** arriverà presto e per ora ce l'ha comunque
addosso.
venerdì 27 aprile 2012
mercoledì 25 aprile 2012
R-esistenza
Mi trascino attraverso il
corridoio tra la cucina e la sala, la sala e la cucina. Quando sono
in cucina la sala ha un certo richiamo, promette di essere una cava
stimolante in cui poter trovare la creatività necessaria per
scrivere il riassunto di un romanzo che aspetta di essere scritto da
tre giorni. Quando sono in sala la cucina ha un richiamo ancora più
forte, assicura di essere un utero nutritivo, dove sfogare la
frustrazione creativa nella falsa soddisfazione data dai gusti
inesistenti dei cibi senza gusto che compro per risparmiare soldi e
scoraggiare i miei istinti bulimici.
Il corridoio è luogo di
lucidità. È nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in
sala se non ho voglia di scrivere cose non creative come il riassunto
di un romanzo; è sempre nel corridoio che mi domando che senso abbia
andare in cucina se oltre a non avere fame ho anche lo stomaco
corroso da cibi sintetici mangiati alla ricerca ossessiva di un
inesistente appagamento dei sensi. Il corridoio è il luogo di
lucidità e onestà intellettuale, in cui inevitabilmente ricado
nella triste consapevolezza di essere una stronza annoiata, con
sinceri istinti di cambiamento, e bloccata in un altrettanto sincera
impossibilità di cambiare. Mi hanno messa qui, in questo corridoio
tra la sala e la cucina, in questo appartamento in questa città in
questo paese in questo continente, con le migliori intenzioni di
questo mondo. L'hanno fatto per garantirmi un lavoro, l'hanno fatto
per evitarmi la galera, l'hanno fatto per semplificarmi la vita,
l'hanno fatto per proteggermi dalle difficoltà. Ma non hanno tenuto
in considerazione tutti i fattori che impediscono ad un piano
perfetto di essere perfetto; hanno pensato ad un'utopia; e me l'hanno
voluta imporre. Ora (per fortuna) me la devo sbrigare da sola, come
posso, nel mio paradosso personale che quando occupa troppo i
pensieri può diventare una personale galera. La galera del più
libero dei mondi possibili in cui, senza saperlo, mi hanno tenuta
custodita e protetta da schemi mentali che non dovevano diventare il
mio.
Devo fare il riassunto di
un romanzo, che servirà ad aprire il secondo capitolo di una tesi
che mi serve concludere per concludere l'anno conclusivo
dell'università. Una volta ottenuto il titolo conclusivo, sarò in
equilibrio su un filo che potrebbe arrivare all'estremo opposto di
dove parto, o rimanere sullo stesso lato da cui mi sono precariamente
installata sul filo. Il lavoro sicuro. Il futuro protetto. La mia
famiglia mi ama, e io sono una paracula immensa. Siamo in anni di
crisi, e io, aristocratica figlia di contabili ed operai, mi vedo
consegnate in mano le chiavi del mondo dorato della stabilità. Sono
il loro sogno. Loro non sanno, invece, di essere il mio.
Non mi hanno dato nessuna
stabilità, perché la stabilità credo si conquisti, non credo si
riceva. Loro se l'erano conquistata, anni addietro.
Sono qui, guardo schifata
il computer, non posso riassumere un romanzo che parla del razzismo
in Europa negli anni venti. Posso scriverci un articolo o un saggio,
posso saltare direttamente all'analisi, posso chiedere a rai 3 di
lasciarmi fare un intervento sul tema, posso sperare che qualcuno al
di fuori di me trovi un qualsiasi valore nelle cose che il romanzo ha
da raccontare. Posso proporre di fare una rivoluzione a partire dal
romanzo. Invece sono annoiata, in una sala a nord di Parigi, a
pensare alla mia condizione di mantenuta in una città che non mi
piace. E mi hanno fatto osservare che permettersi di dire che Parigi
non piace è una constatazione da borghesi. Davvero curioso, visto
che trovo Parigi detestabile per l'aria borghese che la inquina, in cui non riesco e non voglio integrarmi.
Un'aria mefitica, un'aria improduttiva. Non sono tempi creativi, sono
tempi stagnanti. In questi tempi stagnanti il mio sforzo
universitario rischia di invischiarsi, con la benedizione di chi mi
ha amata, mi ha sponsorizzata, mi ha facilitata, mi ha incoraggiata.
Senza saperlo. Il loro progetto per me è che io abbia il meglio. Ma
il meglio, è un concetto opinabile.
Non so cucinare. Per
fortuna. Ho difficoltà a scegliere i prodotti giusti per pulire
casa, quindi spesso non lo faccio. Non so aggiustare la bicicletta,
ma per quello ho un utile manuale anarchico di sopravvivenza
cittadina; ammesso che sappia capire dove si collocano le parti della
bicicletta, all'interno della bicicletta. Non ho nozioni di
informatica, non ho nozioni di economia. Non so seguire bene il mio
conto in banca, e la mia soluzione a questo è ridurre le spese a
zero, immaginando così di evitare di andare sotto con i soldi.
Riducendo le spese a zero, prendo la metro abusivamente fino a che
non mi salassano con quaranta euro di multa, o rubo pomodori al
supermercato fino a ieri, quando la cassiera si è accorta che il
prezzo pesato corrispondeva al massimo ad un ortaggio e non a tre.
Cerco e trovo lavori saltuari in cui mi sfruttano ma che almeno NON
MI permettono di curare il senso di colpa per la mancanza di
indipendenza economica da quelli che mi dicono che studiare è il mio
lavoro. Spesso mi rendo conto di non avere i requisiti richiesti dai
bar. Il che è tutto dire. Non sulla facilità di lavorare in un bar
– semmai, sulla facilità di non saperlo fare.
Nel frattempo, so che
fuori c'è la crisi. Mi disinteresso da un paio di anni alla
politica. La crisi è altro. È una crisi strutturale. È una crisi
fondamentale. Nel senso che è una crisi delle fondamenta. Una crisi
che risiede al di sotto delle società che ho attraversato, nella
loro storia, nelle loro filosofie, nelle loro lotte, nelle loro
repressioni, nelle loro conquiste, nelle loro disfatte. La crisi,
poi, c'è sempre stata in ogni attimo storico del nostro piccolo
quinto di mondo. La crisi c'è sempre nelle nostre teste. Noi ci
adattiamo, la società si adatta, nulla progredisce e tutto cambia,
qualcuno insegue qualcuno traina. Non ne capiamo veramente troppo,
generalizziamo, solo fintantoché abbiamo il culo parato. Poi
cominciamo a non trovare lavoro o a perderlo, ci disperiamo,
accettiamo perché il nostro istinto ci dice che bisogna pur sempre
vivere, e per farlo è possibile accettare qualsiasi condizione.
Peggiore è la condizione che dobbiamo accettare, peggiore la crisi
individuale, peggiore è la crisi sociale.
La mia crisi individuale
è la dipendenza economica; è l'incapacità di fare delle cose
concrete e utili nell'immediato, che implicano la dipendenza pratica;
la mia crisi peggiore è la consapevolezza che le mie dipendenze sono
legate alla struttura sociale in cui vivo, e alla sua storia. Lo studente o il lavoratore, lo sfruttatore o lo sfruttato, binarismi inesistenti che si risolvono in: lo sfruttatore sfruttato. La mia crisi è legata al fatto che le mie dipendenze, che possono apparire come benedizioni ad un occhio
diverso, sono in realtà i prerequisiti su cui si basa un universo di
problemi che tiene in ginocchio un sacco di noi. Chiunque questi noi
siano. La mia crisi peggiore è che i miei studi mi sono stati
venduti come la promessa per la stabilità, e tutto quello che ho
trovato, fortunatamente, è stata invece instabilità. Ora rifiuto il
modello dei miei sponsor perchè i miei studi mi hanno dimostrato che
questo modello è la mia galera. Io lo rifiuto. È la mia scelta
personale e la mia strada per l'equilibrio.
La gente sogghigna quando
dico che studio letteratura e potrei anche venire pagata per
continuare a farlo. Io più che sogghignare piango. Perché so che se
io vengo pagata per studiare letteratura, è perché altri mille
(mille? Naturalmente di più) vengano pagati per non farlo. Se
studiassimo tutti letteratura come faccio io, nessuno lavorerebbe né
saprebbe riparare una bicicletta. Ma molti sarebbero disturbati da
una crisi personale chiaramente definibile come la mia. Quello che la
mia famiglia mi ha garantito senza rendersene forse conto è una
stabilità di prospettiva, più che la promessa di stabilità
economica. Questa stabilità di prospettiva è data dal fatto che il
mio studio e il mio lavoro confluiscono, in una realtà qual è
quella odierna occidentale in cui studio e lavoro confluiscono solo
se il lavoro di una persona è studiare. Che poi lo studio implichi un lavoro di autocritica e di sociocritica, è un evento probabile
solo qualora quello che si studia lasci lo spazio ad un pensiero critico e non strettamente meccanico,
dialettico e non strettamente sequenziale. Infine, perchè lo studio
implichi credere nella sociocritica e nell'autocritica prodotte,
dipende dalla singola persona. Da quanto privilegiata è, da quanto inutile è condannata ad essere.
La verità è che lo studio
accademico è solo un catalizzatore per la riflessione, la sega
mentale, o la coscienza critica, in un'epoca di alienazione da sé stessi e di mancanza di rispetto per la propria singolarità (e, poi, di quella degli altri forse pure). Le seghe mentali, di per sé, stanno avvolte
attorno alle nostre teste in qualsiasi momento del giorno. Dispiegare
la sega mentale dal cranio per stenderla su un tavolo ed osservarla è
pratica comune. Nel mio caso specifico, dare delle interpretazioni
alla sega mentale è stato possibile grazie all'istinto di
osservazione, un istinto animale spacciato dalla società occidentale
come “buona capacità di critica e sintesi,” e validato da un
sigillo dell'istituzione accademia stampato sopra. Questo sigillo mi ha
ghettizzata come studentessa di letteratura, e ora cerca di contenere
la mia consapevolezza dentro il riassunto e la critica di un romanzo,
con la speranza che io possa rinchiudermi a lavorare come correttore
in una casa editrice. Io invece aspiro ad essere più precaria e
libera sto cercando un altro modello. La consapevolezza che mi sono
presa a caro prezzo non sarà svenduta ad un sistema marcescente non
fosse altro perché finirei per essere schiava della logica
ricattatoria che aiuta questo sistema a riprodursi, e a farci
impazzire credendo di essere noi i pazzi contro una definizione di
normalità che tendenzialmente siamo portati ad accettare, più che a
decidere che ci sta bene o che ci sta male.
Una cosa a cui mi hanno
fatto credere, ad onore del vero, e per rendere a Cesare quel che è
di Cesare, è che con lo studio avrei potuto fare qualcosa di buono.
È un concetto così cattolico. È un concetto così poco
problematicizzato, è un concetto così ingenuo. Amo chi me ne ha
convinta, perché in questo concetto rimarrà sempre tutta la mia
purezza. Eppure, non potrò fare veramente qualcosa di buono con lo
studio, perchè il concetto di buono è anch'esso molto relativo. Non
mi arrogherò il diritto di decidere cosa è Buono. Né ripeterò l'errore-vizio della nostra società, di insegnare agli altri quello che già sanno di loro stessi. Mi arrogherò il
diritto di scegliere cos'è buono per me, dicendo cosa non è buono per me. Posso
dire che non è buono che le presenti condizioni economiche e sociali
non lascino spazio a ciascuno di noi di difendere il proprio
istintuale diritto alla felicità. Ci sentiamo inadatti, ci sentiamo
sbagliati, ci sentiamo frustrati – per sentirci inadatti,
sfruttati, e sbagliati dobbiamo per forza definirci tali rispetto a
qualcosa.
Rispetto a cosa ci
definiamo sbagliati e inadatti. E rispetto a cosa non lo facciamo.
Ci ho messo due anni a
capire che questo era uno dei (numerosi) problemi contemporanei.
Abbiamo sconfitto, in occidente, la supremazia ideologica delle
religioni. L'abbiamo fatto, così ci raccontano, perché le religioni
erano dogmatiche, e ci imponevano un modello comportamentale
costringendo la nostra libertà di capire cosa fossimo nella nostra
individualità, con i nostri impulsi, desideri, con la nostra
creatività. Abbiamo sostituito alle religioni un qualcosa che si
proponeva di essere lo spazio in cui l'individuo avrebbe potuto
conoscersi ed esprimersi. È stato così. È così. Ma non è stato
così. E non è cosi. Il sistema odierno, nella sua complessità, si
basa su delle premesse semplici, come per l'appunto salvaguardare la
libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.
Salvaguardare la libertà
dell'individuo ad essere ciò che vuole.
Dopodiché, l'individuo
può essere ciò che vuole in un sistema che gli pre-esiste, e sul
quale ess@ non ha grandi possibilità di intervento. Le nostre
possibilità di intervento sul sistema esistente vanno rapportate
alla nostra possibilità di intervento su noi stessi. La sensazione
di paura e terrore a non poter essere quello che vogliamo, o a non
sapere cosa vogliamo essere, è un indice del fatto che il sistema in
cui siamo inseriti ci insinua nella testa delle scale di valori e dei
modelli che noi tendiamo ad accettare a-criticamente, ma con i quali
ci mettiamo in tensione perché i nostri desideri ed i nostri istinti
non necessariamente combaciano con i valori che il sistema sostiene;
anzi, spesso vengono repressi e frustrati. Dire Il sistema sostiene
questi valori è una semplificazione, poiché allo stesso tempo i
valori stessi (e la loro promozione nelle nostre teste) permettono al
sistema di esistere.
Il sistema è diventato
una forma di religione.
Il sistema è diventato
una dogmatica infusione di valori proposti da una struttura storica,
economica, ideologica, filosofica che elimina la possibilità di
correzione e cambiamento. Quindi, l'individu@ può sentirsi
frustrato, impanicato, depresso, scoraggiato, e accettare di
rinunciare al proprio equilibrio per un equilibrio confezionato e,
soprattutto, disequilibrato.
Nel frattempo, ci avevano
raccontato che eravamo liberi e noi ci avevamo creduto. Alcuni di noi
ci hanno creduto abbastanza per arrivare a concretizzare dei sogni e
delle passioni che risalgono all'età in cui sembra che sia ancora
tutto possibile. Queste persone sono alcuni tra i nuovi modelli che
io ho scelto per me. Delle persone che mi hanno mostrato di saper
aderire alla loro passione, la passione essendo l'espressione di
quello che c'è di libero in loro. Mi sembra che la passione sia il
compromesso tra desideri individuali e oggetti esterni, qualsiasi
cosa questi oggetti siano (valori, idee, strumenti, suoni, storie,
mode). La passione è la minaccia di qualsiasi sistema dogmatico, e
si esprime attraverso la creatività. Ed è ciò che si deve
difendere dalla frustrazione.
Studiando ho trovato che
c'erano degli altri modelli che mi potevano ispirare.
Venivano da lontano,
spesso, e avevano vissuto delle vite diverse dalla mia.
Incomparabilmente più difficili. Mi hanno fatto riflettere sulla
libertà e sul suo valore, nonché sul suo essere un concetto
relativo anch'essa. Ho notato che la libertà è innanzitutto la
libertà da un modello imposto dall'interno ed accettato
acriticamente. Ho notato quindi che la libertà è libertà dai
pensieri angosciosi, che scaturiscono dal fare troppe rinunce
ottenendo troppo poca felicità. Mi sono chiesta cosa fosse la
felicità, e quale tipo di libertà la potesse garantire. La mia
libertà di mantenuta con obblighi morali verso chi credeva di avere
il modello giusto per la mia felicità mi ha fatto capire che di
vera libertà non si trattava. La consapevolezza della necessità di
liberarmi in qualche modo di questi obblighi morali per essere più
libera mi ha fatto capire che la felicità non è un fine solitario e
individuale quanto lo è la strada per raggiungerla. Quindi, la
libertà mi è sembrata un fatto negoziabile e comunitario, e la
felicità un orgasmo conclusivo e perfetto, distante da vincoli non
decisi e realizzata nella libertà di essersi scelti il partner
giusto, il giusto altro alla cui concezione di libertà e
felicità mi sottopongo volentieri, e che si sottopone volentieri
alla mia concezione di libertà e felicità. Il sistema demonizza
l'altro perché l'altro è una pedina da sconfiggere e
non una realtà da tenere in considerazione quando si decide come
ottenere la propria felicità.
Io sono uno degli altri
per il sistema, il sistema lo è per me.
Il mio altro è il
sistema attuale che mi sembra forse il peggiore e più subdolo di
tutti i dogmatismi. Il più impercettibile, e quello che ci sta
fottendo meglio, perché quello più nascosto. Più che studiare per
fare riassunti, studio per rendere credibile quello in cui ho sempre
creduto, la difesa della mia libertà di essere felice come un fatto
comunitario, anarchico e consapevole. Propongo di credere nei modelli
che ci si sceglie, non in quelli che ci si beve. Ricordo di (r)esistere.
E comunque, tutto questo
l'ho scritto nella camera da letto. Che brucino salotto e cucina.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)