mercoledì 25 aprile 2012

R-esistenza


Mi trascino attraverso il corridoio tra la cucina e la sala, la sala e la cucina. Quando sono in cucina la sala ha un certo richiamo, promette di essere una cava stimolante in cui poter trovare la creatività necessaria per scrivere il riassunto di un romanzo che aspetta di essere scritto da tre giorni. Quando sono in sala la cucina ha un richiamo ancora più forte, assicura di essere un utero nutritivo, dove sfogare la frustrazione creativa nella falsa soddisfazione data dai gusti inesistenti dei cibi senza gusto che compro per risparmiare soldi e scoraggiare i miei istinti bulimici.

Il corridoio è luogo di lucidità. È nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in sala se non ho voglia di scrivere cose non creative come il riassunto di un romanzo; è sempre nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in cucina se oltre a non avere fame ho anche lo stomaco corroso da cibi sintetici mangiati alla ricerca ossessiva di un inesistente appagamento dei sensi. Il corridoio è il luogo di lucidità e onestà intellettuale, in cui inevitabilmente ricado nella triste consapevolezza di essere una stronza annoiata, con sinceri istinti di cambiamento, e bloccata in un altrettanto sincera impossibilità di cambiare. Mi hanno messa qui, in questo corridoio tra la sala e la cucina, in questo appartamento in questa città in questo paese in questo continente, con le migliori intenzioni di questo mondo. L'hanno fatto per garantirmi un lavoro, l'hanno fatto per evitarmi la galera, l'hanno fatto per semplificarmi la vita, l'hanno fatto per proteggermi dalle difficoltà. Ma non hanno tenuto in considerazione tutti i fattori che impediscono ad un piano perfetto di essere perfetto; hanno pensato ad un'utopia; e me l'hanno voluta imporre. Ora (per fortuna) me la devo sbrigare da sola, come posso, nel mio paradosso personale che quando occupa troppo i pensieri può diventare una personale galera. La galera del più libero dei mondi possibili in cui, senza saperlo, mi hanno tenuta custodita e protetta da schemi mentali che non dovevano diventare il mio.

Devo fare il riassunto di un romanzo, che servirà ad aprire il secondo capitolo di una tesi che mi serve concludere per concludere l'anno conclusivo dell'università. Una volta ottenuto il titolo conclusivo, sarò in equilibrio su un filo che potrebbe arrivare all'estremo opposto di dove parto, o rimanere sullo stesso lato da cui mi sono precariamente installata sul filo. Il lavoro sicuro. Il futuro protetto. La mia famiglia mi ama, e io sono una paracula immensa. Siamo in anni di crisi, e io, aristocratica figlia di contabili ed operai, mi vedo consegnate in mano le chiavi del mondo dorato della stabilità. Sono il loro sogno. Loro non sanno, invece, di essere il mio.

Non mi hanno dato nessuna stabilità, perché la stabilità credo si conquisti, non credo si riceva. Loro se l'erano conquistata, anni addietro.

Sono qui, guardo schifata il computer, non posso riassumere un romanzo che parla del razzismo in Europa negli anni venti. Posso scriverci un articolo o un saggio, posso saltare direttamente all'analisi, posso chiedere a rai 3 di lasciarmi fare un intervento sul tema, posso sperare che qualcuno al di fuori di me trovi un qualsiasi valore nelle cose che il romanzo ha da raccontare. Posso proporre di fare una rivoluzione a partire dal romanzo. Invece sono annoiata, in una sala a nord di Parigi, a pensare alla mia condizione di mantenuta in una città che non mi piace. E mi hanno fatto osservare che permettersi di dire che Parigi non piace è una constatazione da borghesi. Davvero curioso, visto che trovo Parigi detestabile per l'aria borghese che la inquina, in  cui non riesco e non voglio integrarmi. Un'aria mefitica, un'aria improduttiva. Non sono tempi creativi, sono tempi stagnanti. In questi tempi stagnanti il mio sforzo universitario rischia di invischiarsi, con la benedizione di chi mi ha amata, mi ha sponsorizzata, mi ha facilitata, mi ha incoraggiata. Senza saperlo. Il loro progetto per me è che io abbia il meglio. Ma il meglio, è un concetto opinabile.

Non so cucinare. Per fortuna. Ho difficoltà a scegliere i prodotti giusti per pulire casa, quindi spesso non lo faccio. Non so aggiustare la bicicletta, ma per quello ho un utile manuale anarchico di sopravvivenza cittadina; ammesso che sappia capire dove si collocano le parti della bicicletta, all'interno della bicicletta. Non ho nozioni di informatica, non ho nozioni di economia. Non so seguire bene il mio conto in banca, e la mia soluzione a questo è ridurre le spese a zero, immaginando così di evitare di andare sotto con i soldi. Riducendo le spese a zero, prendo la metro abusivamente fino a che non mi salassano con quaranta euro di multa, o rubo pomodori al supermercato fino a ieri, quando la cassiera si è accorta che il prezzo pesato corrispondeva al massimo ad un ortaggio e non a tre. Cerco e trovo lavori saltuari in cui mi sfruttano ma che almeno NON MI permettono di curare il senso di colpa per la mancanza di indipendenza economica da quelli che mi dicono che studiare è il mio lavoro. Spesso mi rendo conto di non avere i requisiti richiesti dai bar. Il che è tutto dire. Non sulla facilità di lavorare in un bar – semmai, sulla facilità di non saperlo fare.

Nel frattempo, so che fuori c'è la crisi. Mi disinteresso da un paio di anni alla politica. La crisi è altro. È una crisi strutturale. È una crisi fondamentale. Nel senso che è una crisi delle fondamenta. Una crisi che risiede al di sotto delle società che ho attraversato, nella loro storia, nelle loro filosofie, nelle loro lotte, nelle loro repressioni, nelle loro conquiste, nelle loro disfatte. La crisi, poi, c'è sempre stata in ogni attimo storico del nostro piccolo quinto di mondo. La crisi c'è sempre nelle nostre teste. Noi ci adattiamo, la società si adatta, nulla progredisce e tutto cambia, qualcuno insegue qualcuno traina. Non ne capiamo veramente troppo, generalizziamo, solo fintantoché abbiamo il culo parato. Poi cominciamo a non trovare lavoro o a perderlo, ci disperiamo, accettiamo perché il nostro istinto ci dice che bisogna pur sempre vivere, e per farlo è possibile accettare qualsiasi condizione. Peggiore è la condizione che dobbiamo accettare, peggiore la crisi individuale, peggiore è la crisi sociale.

La mia crisi individuale è la dipendenza economica; è l'incapacità di fare delle cose concrete e utili nell'immediato, che implicano la dipendenza pratica; la mia crisi peggiore è la consapevolezza che le mie dipendenze sono legate alla struttura sociale in cui vivo, e alla sua storia. Lo studente o il lavoratore, lo sfruttatore o lo sfruttato, binarismi inesistenti che si risolvono in: lo sfruttatore sfruttato. La mia crisi è legata al fatto che le mie dipendenze, che possono apparire come benedizioni ad un occhio diverso, sono in realtà i prerequisiti su cui si basa un universo di problemi che tiene in ginocchio un sacco di noi. Chiunque questi noi siano. La mia crisi peggiore è che i miei studi mi sono stati venduti come la promessa per la stabilità, e tutto quello che ho trovato, fortunatamente, è stata invece instabilità. Ora rifiuto il modello dei miei sponsor perchè i miei studi mi hanno dimostrato che questo modello è la mia galera. Io lo rifiuto. È la mia scelta personale e la mia strada per l'equilibrio.

La gente sogghigna quando dico che studio letteratura e potrei anche venire pagata per continuare a farlo. Io più che sogghignare piango. Perché so che se io vengo pagata per studiare letteratura, è perché altri mille (mille? Naturalmente di più) vengano pagati per non farlo. Se studiassimo tutti letteratura come faccio io, nessuno lavorerebbe né saprebbe riparare una bicicletta. Ma molti sarebbero disturbati da una crisi personale chiaramente definibile come la mia. Quello che la mia famiglia mi ha garantito senza rendersene forse conto è una stabilità di prospettiva, più che la promessa di stabilità economica. Questa stabilità di prospettiva è data dal fatto che il mio studio e il mio lavoro confluiscono, in una realtà qual è quella odierna occidentale in cui studio e lavoro confluiscono solo se il lavoro di una persona è studiare. Che poi lo studio  implichi un lavoro di autocritica e di sociocritica, è un evento probabile solo qualora quello che si studia lasci lo spazio ad un pensiero critico e non strettamente meccanico, dialettico e non strettamente sequenziale. Infine, perchè lo studio implichi credere nella sociocritica e nell'autocritica prodotte, dipende dalla singola persona. Da quanto privilegiata è, da quanto inutile è condannata ad essere.

La verità è che lo studio accademico è solo un catalizzatore per la riflessione, la sega mentale, o la coscienza critica, in un'epoca di alienazione da sé stessi e di mancanza di rispetto per la propria singolarità (e, poi, di quella degli altri forse pure). Le seghe mentali, di per sé, stanno avvolte attorno alle nostre teste in qualsiasi momento del giorno. Dispiegare la sega mentale dal cranio per stenderla su un tavolo ed osservarla è pratica comune. Nel mio caso specifico, dare delle interpretazioni alla sega mentale è stato possibile grazie all'istinto di osservazione, un istinto animale spacciato dalla società occidentale come “buona capacità di critica e sintesi,” e validato da un sigillo dell'istituzione accademia stampato sopra. Questo sigillo mi ha ghettizzata come studentessa di letteratura, e ora cerca di contenere la mia consapevolezza dentro il riassunto e la critica di un romanzo, con la speranza che io possa rinchiudermi a lavorare come correttore in una casa editrice. Io invece aspiro ad essere più precaria e libera sto cercando un altro modello. La consapevolezza che mi sono presa a caro prezzo non sarà svenduta ad un sistema marcescente non fosse altro perché finirei per essere schiava della logica ricattatoria che aiuta questo sistema a riprodursi, e a farci impazzire credendo di essere noi i pazzi contro una definizione di normalità che tendenzialmente siamo portati ad accettare, più che a decidere che ci sta bene o che ci sta male.

Una cosa a cui mi hanno fatto credere, ad onore del vero, e per rendere a Cesare quel che è di Cesare, è che con lo studio avrei potuto fare qualcosa di buono. È un concetto così cattolico. È un concetto così poco problematicizzato, è un concetto così ingenuo. Amo chi me ne ha convinta, perché in questo concetto rimarrà sempre tutta la mia purezza. Eppure, non potrò fare veramente qualcosa di buono con lo studio, perchè il concetto di buono è anch'esso molto relativo. Non mi arrogherò il diritto di decidere cosa è Buono. Né ripeterò l'errore-vizio della nostra società, di insegnare agli altri quello che già sanno di loro stessi. Mi arrogherò il diritto di scegliere cos'è buono per me, dicendo cosa non è buono per me. Posso dire che non è buono che le presenti condizioni economiche e sociali non lascino spazio a ciascuno di noi di difendere il proprio istintuale diritto alla felicità. Ci sentiamo inadatti, ci sentiamo sbagliati, ci sentiamo frustrati – per sentirci inadatti, sfruttati, e sbagliati dobbiamo per forza definirci tali rispetto a qualcosa.

Rispetto a cosa ci definiamo sbagliati e inadatti. E rispetto a cosa non lo facciamo.

Ci ho messo due anni a capire che questo era uno dei (numerosi) problemi contemporanei. Abbiamo sconfitto, in occidente, la supremazia ideologica delle religioni. L'abbiamo fatto, così ci raccontano, perché le religioni erano dogmatiche, e ci imponevano un modello comportamentale costringendo la nostra libertà di capire cosa fossimo nella nostra individualità, con i nostri impulsi, desideri, con la nostra creatività. Abbiamo sostituito alle religioni un qualcosa che si proponeva di essere lo spazio in cui l'individuo avrebbe potuto conoscersi ed esprimersi. È stato così. È così. Ma non è stato così. E non è cosi. Il sistema odierno, nella sua complessità, si basa su delle premesse semplici, come per l'appunto salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Dopodiché, l'individuo può essere ciò che vuole in un sistema che gli pre-esiste, e sul quale ess@ non ha grandi possibilità di intervento. Le nostre possibilità di intervento sul sistema esistente vanno rapportate alla nostra possibilità di intervento su noi stessi. La sensazione di paura e terrore a non poter essere quello che vogliamo, o a non sapere cosa vogliamo essere, è un indice del fatto che il sistema in cui siamo inseriti ci insinua nella testa delle scale di valori e dei modelli che noi tendiamo ad accettare a-criticamente, ma con i quali ci mettiamo in tensione perché i nostri desideri ed i nostri istinti non necessariamente combaciano con i valori che il sistema sostiene; anzi, spesso vengono repressi e frustrati. Dire Il sistema sostiene questi valori è una semplificazione, poiché allo stesso tempo i valori stessi (e la loro promozione nelle nostre teste) permettono al sistema di esistere.

Il sistema è diventato una forma di religione.

Il sistema è diventato una dogmatica infusione di valori proposti da una struttura storica, economica, ideologica, filosofica che elimina la possibilità di correzione e cambiamento. Quindi, l'individu@ può sentirsi frustrato, impanicato, depresso, scoraggiato, e accettare di rinunciare al proprio equilibrio per un equilibrio confezionato e, soprattutto, disequilibrato.

Nel frattempo, ci avevano raccontato che eravamo liberi e noi ci avevamo creduto. Alcuni di noi ci hanno creduto abbastanza per arrivare a concretizzare dei sogni e delle passioni che risalgono all'età in cui sembra che sia ancora tutto possibile. Queste persone sono alcuni tra i nuovi modelli che io ho scelto per me. Delle persone che mi hanno mostrato di saper aderire alla loro passione, la passione essendo l'espressione di quello che c'è di libero in loro. Mi sembra che la passione sia il compromesso tra desideri individuali e oggetti esterni, qualsiasi cosa questi oggetti siano (valori, idee, strumenti, suoni, storie, mode). La passione è la minaccia di qualsiasi sistema dogmatico, e si esprime attraverso la creatività. Ed è ciò che si deve difendere dalla frustrazione.

Studiando ho trovato che c'erano degli altri modelli che mi potevano ispirare.

Venivano da lontano, spesso, e avevano vissuto delle vite diverse dalla mia. Incomparabilmente più difficili. Mi hanno fatto riflettere sulla libertà e sul suo valore, nonché sul suo essere un concetto relativo anch'essa. Ho notato che la libertà è innanzitutto la libertà da un modello imposto dall'interno ed accettato acriticamente. Ho notato quindi che la libertà è libertà dai pensieri angosciosi, che scaturiscono dal fare troppe rinunce ottenendo troppo poca felicità. Mi sono chiesta cosa fosse la felicità, e quale tipo di libertà la potesse garantire. La mia libertà di mantenuta con obblighi morali verso chi credeva di avere il modello giusto per la mia felicità mi ha fatto capire che di vera libertà non si trattava. La consapevolezza della necessità di liberarmi in qualche modo di questi obblighi morali per essere più libera mi ha fatto capire che la felicità non è un fine solitario e individuale quanto lo è la strada per raggiungerla. Quindi, la libertà mi è sembrata un fatto negoziabile e comunitario, e la felicità un orgasmo conclusivo e perfetto, distante da vincoli non decisi e realizzata nella libertà di essersi scelti il partner giusto, il giusto altro alla cui concezione di libertà e felicità mi sottopongo volentieri, e che si sottopone volentieri alla mia concezione di libertà e felicità. Il sistema demonizza l'altro perché l'altro è una pedina da sconfiggere e non una realtà da tenere in considerazione quando si decide come ottenere la propria felicità.

Io sono uno degli altri per il sistema, il sistema lo è per me.

Il mio altro è il sistema attuale che mi sembra forse il peggiore e più subdolo di tutti i dogmatismi. Il più impercettibile, e quello che ci sta fottendo meglio, perché quello più nascosto. Più che studiare per fare riassunti, studio per rendere credibile quello in cui ho sempre creduto, la difesa della mia libertà di essere felice come un fatto comunitario, anarchico e consapevole. Propongo di credere nei modelli che ci si sceglie, non in quelli che ci si beve. Ricordo di (r)esistere.

E comunque, tutto questo l'ho scritto nella camera da letto. Che brucino salotto e cucina.

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