giovedì 27 ottobre 2011

Paul Goodman Changed My Life

mi piace il blog. mi fa credere di avere un pubblico sapendo di non averlo, è una sensazione stimolante e protettiva. mi libera e mi evita la pigrizia. qualsiasi critico direbbe che il mio concetto di blogosfera si sposa perfettamente con la mia asocialità selettiva, e che si tratta di una forma evidente di malessere interiore. i critici dicono sempre una marea di banalità, rischiando di sfiorare la figura di merda per non aver saputo trarre conclusioni valide da osservazioni ovvie. ci sono dei critici che vanno più a fondo delle ovvietà, ma poi hanno paura dei risultati che trovano e si rintanano in giochi di parole per portare avanti discussioni accademiche basate su sinonimi e argomenti viziati. la società nel frattempo ammuffisce e il giro di soldi è alto sopra le nostre teste, tanto che non riusciamo ad arrivarci.

un'altra ovvietà che direbbe un critico è che sono ossessionata dalla questione della critica. per forza, visto che sono una critica. in genere il critico medio mainstream simpatizzante per il libero mercato si sofferma ad osservare un'ossessione ma non la indaga, perchè indagarla porta in genere ad un risultato che mina lo status quo. ci sono dei critici che hanno una buona ragione per non essere dei veri critici, ma solo dei lavoratori della critica: la loro vita quotidiana. indugiare in pensieri e vaneggiamenti è uno dei sette peccati capitali; rende cinici e asociali, molto spesso frustrati, ancora più frequentemente pone problemi di coerenza, e generalmente si conclude o in forme di ipocrisia, o in forme di segregazione autoinflitta. in breve, critica e vita quotidiana tendono ad autoescludersi in virtù del compromesso a cui si scende per vivere bene.

perchè questo è il cuore della faccenda.

sono una bestia sociale, il mio istinto va verso la condivisione e nel frattempo va verso la critica. l'obiettivo è vivere bene, il compromesso è per ora fatto a discapito della condivisione. ci sto rimettendo ma in vista di un guadagno. peraltro, non potrei fare diversamente. sono immersa nella storia sporca degli stati uniti, e per ora mal sopporto chi fa i baccanali su terra occupata. non c'è moralismo ma c'è un forte giudizio in quello che scrivo e che penso, e presto farò un post sul razzismo, poi ne farò un'altro sugli slogan che ho fotografato il 15 ottobre, e questi saranno due esempi del perchè la mia critica mi tarpa le ali when it comes to be nice to people. and when it comes to go to parties or museums or dinners.

il blog è una buona mediazione per la condivisione. è una condivisione che c'è sempre potenzialmente, ma c'è di fatto solo se pubblicizzo, e per cosa pubblicizzo, e non necessariamente se pubblicizzo. non ho un pubblico preciso in testa, ma ho pur sempre un pubblico. più questo si definisce più la mia comunicazione si definisce. per ora sto parlando a me stessa principalmente, e al pubblico solo idealmente.

il diario segreto ha fatto il suo tempo. questa è l'epoca del blog non pubblicizzato aka quando il voyeurismo stimola (e non è cosa rara)

NY I Love You but You're Bringing Me Down

sono stanca di studiare non so cosa farmene. quello che vorrei farci è infattibile. sto perdendo tempo non sto vivendo, ho voglia di andare in spagna lavorare in un bar mantenermi come posso e smetterla di leggere nella gente atteggiamenti e mentalità. non c'è casualità in questi giorni ma c'è solo una noiosissima monotonia. la gente di ny mi rende agorafobica e mi mette in soggezione. li osservo spostarsi e li detesto. credo di sapere quello che pensano e mi annoiano, oltre che infastidirmi. mi urta che ny mi dia questa sensazione verso le persone. mi fa togliere eccitazione dalle cose per difendermi da non so che. forse dal loro stile di vita.

ci sono due ragazzi e due ragazze che hanno conquistato la mia fiducia saltuaria. a. è una californiana, se n'è tornata a denver da un po'. l'ho conosciuta mentre vendeva i suoi disegni a union square, e per qualche giorno ci siamo fumate un po'di canne assieme parlando di cose e guardando i nostri disegni e video su youtube. ha ventinove anni e vive vendendo quello che fa. a volte risponde a degli annunci su craigslist e fa credere a qualche sadico che lo ritrarrà dopo averlo frustato sul suo letto, e così riesce ad arrotondare meglio scroccandogli soldi "per la sola fatica di risponderti alla mail e pensare se ho del tempo libero per il tuo sporco disegno." cuce vestiti e ha ogni giorno un'uscita diversa con qualche ragazzetto o con qualche studente annoiato o con qualche guerriero urbano. accetta i complimenti e le avances con un'ingenuità e una pazienza che le invidio infinitamente, ogni volta che me ne parla le si illuminano gli occhi. mi è capitato di conoscere un piccolo tedesco che l'ha conquistata dicendole che sarebbero andati a LA assieme. non l'avrei notato se fossi stata in metro, mi figuro come avrei potuto rispondergli se mi avesse rivolto la parola senza che lei ci presentasse. totale disinteresse. sono prevenuta e non lascio le persone esprimersi. non smetto di studiarle. le svuoto della poesia che hanno se decido che non mi stanno comunicando niente. in genere non lascio loro troppo tempo per farlo. le boicotto perdendoci

d. è ad un corso con me non so quasi niente di lui. se non che è tornato all'università perchè i lavori di merda che faceva lo stavano svuotando. è tornato qui dalla west coast e si è rimesso a insegnare a studiare e a scrivere. poi per fortuna è iniziata l'occupazione di wall street e si è fatto fagocitare dagli eventi, pisciando l'università nei limiti del possibile. è intimidito da me e io sono intimidita da lui perchè può esserci troppa somiglianza tra noi e siamo due bestie con delle ferite da curare. non ci possiamo fidare troppo di noi stessi ma possiamo fidarci abbastanza da passare un'ora ad un incrocio a parlare della società per implicare che non stiamo bene ma non possiamo dircelo in faccia. non so niente di lui. mi piacciono le ossa che gli sporgono sotto il collo spingendo la pelle scura lucida e mi piace il suo viso, mi toglie il fiato. le sue labbra mi tolgono il fiato, e le sue espressioni anche. non assomiglia a nulla che abbia mai visto prima. ho aspettato una settimana per vederlo, e non c'era a lezione. l'ho incrociato oggi e non mi sono fermata a parlarci. mi boicotto perdendoci. un giorno saprà leggere l'italiano abbastanza bene per capire cosa ho scritto qui e potrà ridere della mia narrativa su di lui.

g. viene da haiti e mi ha fatto passare la serata migliore da quando sono qui. l'ho conosciuto un paio di sere fa in un minuscolo cinema dove vado ad informarmi su un mondo che funziona male e che non so come affrontare. il suo buon umore è esaltante funziona come una specie di sbadiglio che provoca uno sbadiglio in chi lo guarda, però lui non sbadiglia ma ride. scoppia in delle risate incredibili mentre parla di cose che richiedono molta precisione nel linguaggio, ride quando si rende conto di alcune contraddizioni nella logica della logica, e così l'interlocutore non può che imboressarsi di conseguenza. è rastafariano per due motivi. primo, perchè così non deve farsi la barba e può tenersi i lock. secondo, perchè così può essere sè stesso. terzo, perchè così naviga nelle passioni del mondo più da essere spirituale che da filosofo accademico, quale per ora è. abbiamo iniziato a parlare perchè mi ha fatto la solita imitazione dell'italiano che fanno tutti gli stranieri, enfatizzando la vocale della penultima sillaba. dopo di chè mi ha detto che aveva sentito parlare della lega a lezione, perchè il suo professore aveva osservato come i leghisti attacchino i suditaliani su una premessa sbagliata, ossia una concezione diversa del tempo (ore minuti secondi) tra nord e sud. dopo di chè siamo stati a parlare fitto per cinque ore bevendo.

c. è israeliana. (non) è pazza. è istericamente sè stessa. è orfana di madre e l'ho scoperto ieri per caso. mi ha fatta andare ad un karaoke texano dove era con i suoi amici a cantare canzoni rock. i suoi amici erano un gruppo di 40 enni ubriache e disinibite, non ne ho conosciuta nessuna perchè ero troppo occupata a sentirmi dentro un film e guardare cosa succedeva. ero circondata da odore di carne grassa e dalla musica della band marchettara che suonava le basi a romantici nostalgici rocchettari, cantanti improvvisati, stonati ed applauditi. c. mi diceva che era stata ubriaca fino a poche ore prima, dal giorno precedente in cui era andata a brooklyn con il suo tipo irlandese. dice che ha un aspetto androgino ed ha 32 anni. c. è ossessionata dai bed bugs, le bestie che si annidano nei materassi e nelle lenzuola e nei vestiti di ny, è ossessionata dallo sporco, e non mangia da giorni perchè i suoi coinquilini cinesi tengono la cucina come una cloaca, e ci sono pure dei topi che girano. non mi sta a sentire se le dico che sono nella stessa situazione ma io mangio, e sono ancora viva. ieri si è messa sulle mani un olio per respingere gli insetti, ma poi si è toccata i pantaloni di pelle nera ed è schizzata per via dell'alone che ci ha stampato sopra. è la mia bambina, ed è una fonte di purezza. è geniale è anarchica ed è una punk schizzinosa per via delle infezioni. è ingenua. ieri ha appeso in metro un sacchetto con dei vestiti usati che aveva comprato, l'ha appeso per non averlo tra le mani mentre facevamo il tragitto. qualcuno se l'è rubato e lei voleva riportare il furto alla polizia. siccome sedevo vicino ad una cubana che stava facendo a memoria un ritratto di un venditore cubano visto un mese fa in isola (da cui era rimasta molto colpita, e penso le sarebbe piaciuto farci l'amore), e questa cubana mi stava parlando, c. le ha chiesto se poteva fare uno schizzo del ladro. la cubana mi ha continuato tranquillamente a parlare dicendomi che credeva io avessi 17 anni. c. se l'è messa via e si è consolata con un dolcetto cinese gommoso, l'ha mangiato tenendolo con la stagnola che avvolgeva la scatola. io l'ho rincuorata dicendole che anche lei avrebbe preso su una busta abbandonata con dei vestiti dentro, e che la colpa era sua se aveva vaneggiato. mi ha detto che gli occhi sono la prima cosa che la attrae in una persona, non è contenta dei suoi occhi scuri e invidia i miei che sono chiari. ha dei begli occhi nocciola con un contorno più scuro, gliel'ho detto e mi è sembrata contenta ma ha voluto assicurarsene facendomi qualche altra domanda sul perchè a me piacessero anche gli occhi scuri, e sul perchè io non attribuisca tutta l'importanza che da lei agli occhi, quando mi devo innamorare di qualcuno. ha vissuto per anni ad athen, georgia. odia la gente della nostra età perchè dice che sono tutti degli hipsters, credo voglia intendere falsi alternativi. ci siamo conosciute alla prima assemblea per portare occupy wall street ad harlem, ma poi non è più venuta perchè è troppo persa nel suo mondo per stare dietro al resto. fa dei brutti sogni spesso, non mi da una chiara panoramica di lei. a volte mi esaurisce. ma rispetta i miei spazi e sa di vita, è spontanea.

ho voglia di tornare ai tempi in cui le persone erano come lei e mi lasciavano essere me stessa. ny mi prova perchè mi mostra una direzione e mi incita a prenderla. voglio vivere a caso senza che la mia logica svuoti tutto di bellezza ma voglio che la mia logica rimanga con me in caso di emergenza. non so se richiedere il dottorato. non mi interessa se non per i soldi.

mi piace la rivoluzione perchè sta riportando la gente per strada e la sta facendo incontrare. ows è uno spazio di negoziazione tra ingenuità ed organizzazione. anche scrivere e un modo per essere ingenui. la critica ammazza l'ingenuità della scrittura svelando le intenzioni e le colpe degli scrittori. è utile farlo se si sa dove farlo ma è difficile capire come usare la critica e sopravviverle.

mercoledì 26 ottobre 2011

Ho Sciolto il Cane aka Dove Vado? (lettera non pubblicizzata alle lettrici che non ho)

cara lettrice,

sono una potenziale scrittrice che non trova facilmente i contenuti perchè spaventata dal prendere posizione. che mi si dica che pretendo troppo da me stessa, è solo un vizio linguistico che porta ad un malinteso: la sopravvivenza a cui aspiro è più dettata da un istinto di astrazioni che da esperienze di vita vissuta. e il mio prendere posizione si riduce di fatto a criticare quello che molti fanno, e che io non faccio perchè vivo nell'astratto e non nel concreto.

qualcuno ha cantato, "io ricerco lo scontro ma conosco la pace." è il contrario di quello che faccio di questi tempi, perchè io non ricerco lo scontro ma non conosco nemmeno la pace, e infatti vivo nei seguenti scenari: una continua masturbazione mentale sulle cose che leggo, vedo, e sento, nelle cui logiche mi perdo via, interrotta da momenti di sconcentrazione totale e distrazione dura in ricordi o pensieri 1) sulle mie due famiglie in europa 2) sulla gente che vivo qua; asocialità selettiva: mi metto in modalità sono me stessa solo se ne vale la pena, e solo nel caso in cui non sia troppo intimidita dal farlo (eilllàààà) - ricerco empatia ma non mi posso imporre, ho cara la mia libertà voglio cazzeggiarci senza storie e affanni. così baipasso lo scontro, viaggio tra le persone, vivendone alcune profondamente, in situazioni sparse; non posso lavorare (posso) = non lavoro; ho un totale blocco produttivo. lo sbocco (!) è la presa di posizione. in tutti gli angoli della situazione, delle situazioni.

nella quotidianità da precaria mantenuta all'estero, che è di libertà contenuta dal senso di colpa, o senso di colpa mitigato dalla libertà, e non è pace, voglio produrre qualcosa che mi dia un accenno di stabilità con me stessa facendomi visualizzare il conflitto e l'unico modo che ho di farlo è scrivere, perchè è l'unica cosa che so fare, e scrivere dei fili logici che seguo in questo posto pieno di tutto e di niente, che è così diverso dalle mie case, e a volte ci assomiglia così tanto. scrivere è prendere una posizione. la posizione che prenderò è facilmente fraintendibile come una presa di posizione verso gli altri - in realtà, sarà una presa di posizione verso me stessa, per vedere quanto credo veramente ai miei fili logici, o quanto i miei fili logici sono veramente credibili, o quanto non sono in completa contraddizione tra di loro.

il seguente riferimento non è pensato per impreziosire pateticamente il testo, ma per dargli chiarezza con un accenno ad una cosa che credo sia espressiva. il rig veda è un libro che non ho letto, ma che è molto antico, talmente antico da essere definito ur-testo o testo madre; de base, è il primo testo (inteso in senso orale, addirittura :) vuol dire che è MOLTO antico) spirituale dell'uomo. la sua provenienza è indiana. il suo contenuto non è mai stato formalizzato in una religione, perchè non si presta. il messaggio che sfugge alla cristallizzazione, da come l'ho percepito io dalla recitazione della prof (molto eloquente), dice che l'individu@ tende a un tutto, una sua perfezione, e costruisce la propria strada rispetto alla sua percezione. non c'è regola se non la propria, e l'intuizione del proprio benessere regola la regola con l'ambiente e gli eventi circostanti. così si forma la strada. l'individu@ è padrone e padroneggiato e si regola su questo, mirando al suo tutto.

fine. qui per me nasce il trauma e qui per me il mio cane si scioglie e segue affannosamente la sua traccia. io e il mio cane siamo sconvolti dal nostro essere figli di un privilegio che ci ha fatto accondiscendere silenziosi a quella che ci sembra un'offesa a noi stessi: l'accesso alle strade di cui parla il rig veda oggi è stato privatizzato. e lo è sempre stato. infatti, io e il mio cane ce l'abbiamo perchè l'abbiamo ereditato. al mio cane preme allontanarsi da questa traccia, perchè è una traccia profumata finchè non comincia a puzzare. e per il mio cane, comincia a puzzare quando c'è dentro consapevole di esserci. il problema è uscirne. nella nuova traccia uscirne significa boicottare il blocco all'accesso che permette di esplorare la diversità e decidersi liberi. il mio cane si è sciolto, io non lo so. se prendo posizione scopro il mio punto di rottura e capisco dove finiscono le cazzate e come la mia libertà è possibile. il mio problema è l'inconsistenza della parola. misurerò con i fatti se le mie parole saranno una commedia, una satira, una tragedia, o semplicemente un infantile sproloquio viziato. seguo il mio cane. e intanto ti racconto le premesse, aka cos'ha fiutato il mio cane.

un'ultima cosa, lettrice. non sto cercando visibilità. sto cercando condivisione. il sistema che c'è alla fine della mia traccia, per ora, è un sistema in cui la star è stata ammazzata dal pubblico, o in cui il pubblico è stato ammazzato dalla star. in cui il pubblico è star ed è pubblico, e in cui le star sono pubblico e star. non c'è radicalismo in questo forse c'è nel processo per arrivarci. in questo c'è solo una possiblità di equilibrio, che ho l'obbligo di tentare perchè se no sarebbe sprecare il mio privilegio di pensatrice oziosa in una torre di avorio. so che condividerò mie interpretazioni, e non verità (il che sarebbe alquanto poco innovativo nonchè alquanto in contraddizione con tutto), infatti l'idea è quella di suggerire un trip mentale, non proselitare la sua valutazione. la valutazione la narrativizzo perchè ho bisogno di sbloccarmi ma è solo un contenitore. (proselitare è un neologismo immagino..)

ha parlato l'asociale. l'inizio è zoppicante ;)

sabato 22 ottobre 2011

Literacy and Mythocracy - a Response to Hirsch's Paper

Hirsch's argument on cultural literacy is very up-to-the-point in many different ways. I will focus on the paradoxical and contradictory nature of some of his remarks, as far as I have understood them; I would argue that it is precisely the paradox and contradiction of the text that make it valuable to understand what is at stake talking of literacy and society nowadays, in the States and beyond.

What Hirsch intends for cultural literacy is, in my opinion, nothing more than the concrete outpour/contemporary version of a mythical identification, something that the writer really longs for his society, and something that he feels the States lack. His continuous references to a common and shared background on which people would not really need to have a precise grasp, but that in some ways should pave and direct their understanding of society and of social goals, suggest that the role he envisages for the literate person is that of actor in a reality which has a somewhat accidental bias, directed only by some sort of universal commonsense which would only benefit from a shared set of symbols and values. Therefore, the access and the internalization of those values are what allow every individual to take part in the life of his or her society – which is quite obvious. In the case of a literate society, the ability to read or discuss topics linked to a written practice, and the means to decode these topics from a cultural perspective, are directly linked to the access of the individual to self-determination and self-assertiveness.

The problem arises when discussions on what should characterize this cultural (I would call it mythical) literacy come along. I think that Hirsch's instances of mythical sense-making practices are completely inconsistent with the standpoint from which he writes – that of an “out-of-many-one” scholar: traditional societies in which oral or written practices allow to maintain a shared cultural background avoiding much debate are societies that have not been built upon colonial and oppressive practices while simultaneously developing high levels of literacy and analytical sense. The idea of providing the States with a cultural literacy which is not controversial and highly debatable is simply absurd, as it is confirmed, in my opinion, with the reference to The Black Panther journal – I guess that, if asked what to add in a history or philosopical curriculum for the schools, the folks of The Black Panther would have suggested to study the premises and implications of slavery besides the Declaration of Independence. Not to talk about indigenous people, who maybe would have liked to have a go in respect to ideas of what Hirsch defines as “thriving creature” (31). Hirsch is correct in observing that “there is a pressing need for clarity about our educational priorities,” (25) indeed the core of the question is precisely there. What is education meant for? Challenge of the status quo? Well, if so, the mythical discourse of the States (as well as that of many other state-nations) should develop around imbalanced power, race, and class relations, which have lead to imbalanced distribution of richness and of access to resources and decision-making to produce richness, and I guess that in that case students would feel so much involved and challenged by the relevance of the notions and concepts they are studying, that there would be no risk of cultural illiteracy at all (maybe young people tend to forget the dates of the Reconstruction because it is not very clear to them how this superficial factual knowledge could in anyway affect their lives or toughts... which is telling on how our generations have been largely educated with de-contextualized , or "de-narrativized"and therefore useless notions).

I have the feeling that every literary, historical, maybe even geographical canon is the result of more or less conscious ideological practices, and this has become more and more evident with the democratization of the access to literacy. There is no accident, as Hirsch seems to imply, in the process of mythicization of the symbols which characterize a society; varying from society to society, in space and time (and in the dimension of the society), the myths are created, replicated, or destroyed according to the needs of the society itself, and the more complex (big, numerous, multi-mythical) the society, more complex and controversial it is to define its myths– or, in our case, its discursive structures or a cultural literacies. It seems to me that choosing one out of many may just serve the purpose of making infinite debates arise as a consequence ; which yet is useful, as the scholar and academic debate within the States already contains in itself the seed of a possible mythocracy for the country.

domenica 16 ottobre 2011

On Literacy and Separation (Response to Ong's Article)

I have found Ong’s analysis of language and separation very interesting and inspiring. I think it could be valuable to inquire into how the separation provoked by writing is (more or less unconsciously) exploited in today’s relationships between literates, illiterates, and their societies; and in the value attached to literacy and to illiteracy by industrialized and literate societies. I sketch some thoughts which are flawed by the common sense and generalizations I criticize in the end of the post.

Ong observes that writing “[distances] the word from the plenum of existence” and therefore “enforces verbal precision of a sort unavailable in oral cultures;” (26) he also writes that, by separating “the known from the knower,” writing “promotes “objectivity”” (24) and consequently “[creates] a state of mind in which knowledge itself can be thought of as an object;” (25) the actual reason for which writing may be considered objective is, rather, that it allows separation of “interpretation from data,” (25) and that it also allows for analytical and ultimately abstract processing of the data at hand. The subsequent “verbal precision” has become part of the “chirographically thinking and speaking human beings,” (19) and it has been paralleled by the attribution of a value of objectivity to all the practices processed through writing or reading. Besides, the more those practices are linked either to academic or to administrative spheres, the more objective and authoritative they are considered. Conversely, administrative and academic practices are considered authoritative for their reliance on writing.

My feeling is that this mechanism produces commonsensical conceptions of writing which oppose literates and illiterates in at least two problematic ways. First of all, mainly oral cultures may be downgraded and silenced in reason of their not being competitive in present-day configuration of administration and economic structuring; that is, they may only be evaluated in respect to the parameters of a mainly writing culture, rather than being considered as dialoguing partners of a cultural exchange of strategies. Secondly, in mainly writing cultures literacy tends to be associated too much to more or less socially-rewarded positions and decently- or well-paid jobs; education as the scope of literacy seems therefore to be too functional to the insertion of the person in a ready-made working reality, on whose oscillations the possibilities of working and the scopes of literacy depend; common sense interprets this mechanism by associating illiteracy to social and economic failure, and this does not help to reposition literacy (and social roles) in competition and in dialogue with the economic structure. Literate people are oftentimes either employed or grown as “skilled labor,” and literacy is judged consequently. I guess the reason is that the enhancing possibilities of literacy do not find the place they expect in some of our writing cultures and societies. I have the impression than this place is to be found precisely in the oral dimension, diminishing or at least reshaping the separation which now exists between literate and illiterate. Which of course will imply a rethinking of what being literate/illiterate means.

venerdì 14 ottobre 2011

Occupy Language - senso comune, sopravvivenza, e faidatè

Vorrei contribuire per quanto possibile alla panoramica che forse vi state facendo su Occupy Wall Street e in genere sulla situazione di "agitazione" da questa parte dell'oceano con alcune osservazioni su come la cosa è gestita dai media e come la cosa è gestita dai cittadini che ci stanno partecipando. Portate pazienza, post lungo, ma leggete.

In primo luogo, banalizzo il movimento per far presente a chi non lo sapesse di cosa si tratta, dicendo che OWT e le conseguenti occupazioni di altre città degli Stati Uniti sono partite come reazione alla constatazione che l'uno per cento degli americani controlla quello che il novantanove per cento della popolazione usa per vivere: soldi, lavoro, sanità, produzione di beni di consumo, istruzione, trasporti, beni immobiliari, eccetera. Tra alcuni, c'è una certa consapevolezza del fatto che questo novantanove per cento non è composto di soli cittadini americani, ma di base è composto dal resto del mondo che non partecipa alla torta corporativistica. Ma il movimento è comunque un movimento su scala nazionale, che inevitabilmente tocca dinamiche globali e quindi si accomuna ai movimenti di protesta che stanno attraversando da un po' più di tempo l'Europa (non posso parlare di altre parti del mondo perchè sono troppo ignorante in merito).
Dal momento che le banche si stanno facendo particolarmente prepotenti nelle loro decisioni (per esempio, pare che caricheranno un 5 dollari al mese per gente con deposito bancario inferiore ad un certo tot), e dal momento che la gente anche qui sta uscendo dall'università e sta iniziando a non trovare lavoro, ma ha un debito impressionante di student loans sulle spalle, e dal momento che i non medio-borghesi hanno problemi a trovare lavoro da 60 anni a questa parte, e dal momento che insomma, la classe media americana si è svegliata sul fatto che l'economia nazionale non è un'economia sostenibile, si è finalmente scesi tutti in piazza.

Il movimento è caratterizzato da una forte trasversalità e democrazia partecipativa, assemblee generali quotidiane mettono assieme l'operato di sottogruppi spontanei che si occupano o di questioni pratiche legate all'occupazione (sicurezza, cibo, media, relazioni con sbi**i, eccetera) o di questioni pratiche legate alla protesta. e su questo sono estremamente pragmatici: economisti, legali, storici, lavoratori, studenti, chiunque per il proprio ambito e la propria esperienza condivide le proprie conoscienze, fa proposte, critica proposte, rifiuta o accetta proposte, decide, e comunica alla piazza. Evidentemente il cuore del movimento sta qui, e qui sta la sfida alla sopravvivenza e alla credibilità del movimento stesso, che deve confrontarsi con un'opinione pubblica sempre più interessata, ma delicata da convincere, perchè se la piazza è pragmatica, l'opinione pubblica lo è di più.

E qui sta anche il cuore dell'intera questione ideologica, per quanto mi riguarda. Le ragioni che hanno spinto la gente in piazza e che la tengono in piazza sono comuni fino ad un certo punto. E chi ha le idee più radicali, ora, deve venderle bene: nel senso, deve far capire che idee che all'americano medio sembrano radicali, di fatto sono tali solo perchè il linguaggio si usa in un certo modo. Il linguaggio che forma la nostra quotidianità è quello per cui è normale aspettarsi che se si cerca un lavoro, bisogna andarlo a chiedere a qualcuno. Lo stesso linguaggio, definisce normale dover accettare che l'inflazione sul prezzo dei beni di prima necessità non sia accompagnata da un'inflazione del potere d'acquisto degli stipendi o dei salari. Ancora, il linguaggio definisce normale affidare la propria rappresentanza politica a gente che non si sa chi sia e non si sa cosa faccia. Un ultimo esempio tra i mille che si potrebbero fare, è quello per cui il linguaggio definisce normale il rapporto produttore-consumatore, in cui il produttore controlla materie prime, mezzi di produzione, e budget per produrre, ed il consumatore non solo di fatto PRODUCE i prodotti per il produttore che ci guadagna, ma li CONSUMA pure, facendo guadagnare il produttore doppiamente. E andando a chiedergli da lavorare.

Lo stesso linguaggio quotidiano, definisce radicale qualsiasi proposta o stile di vita che suggerisca una dinamica diversa tra produttore e consumatore. Per esempio, è radicale pensare che il produttore arricchito grazie al consumatore, dovrebbe condividere con il consumatore i soldi che ha guadagnato grazie ad esso. Questa pratica viene definita dal linguaggio comune elemosina (o comunismo, ma già definirla così sottintende riconoscere al lavoratore il sudore che suda), termine che implica che chi chiede una redistribuzione della ricchezza in realtà è un fannullone che vuole arricchirsi alle spalle di chi lavora (la vedete dell'ironia in questo? la chiamo ironia per non chiamarla presa per il culo, perchè il linguaggio conta). O, ancora, è terribilmente radicale pensare che il cittadino dovrebbe sviluppare delle modalità di riappropriazione dei mezzi di produzione, attraverso pratiche di autosostentamento, autoformazione o condivisione dei saperi, riciclo, creazione, produzione casalinga, cooperative, mungitura autonoma delle mucche, occupazione di terreni o strutture sfitte, produzione casereccia di parrucche o qualsiasi altro esempio a caso vogliate pensare. Tutto ciò è talmente gravemente radicale che alcuni lo definiscono anarchico, infondendoci una paura matta e facendoci venire voglia di ritornare in coda fuori da un'agenzia iterinale a cercare un qualsiasi lavoro da 4 euro l'ora.

Vorrei far presente che il linguaggio è stato colonizzato da un bel pezzo, più o meno da quando l'uomo ha iniziato a utilizzarlo. Il linguaggio è un modo per fare e disfare la realtà, agli occhi propri e agli occhi degli altri, chi lo controlla ci controlla. E chi lo controlla si controlla. Sentire prima un cronista che, parlando dell'occupazione a Denver, si chiedeva come i cittadini potessero reagire al fatto che la piazza fosse piena di radicali, mi ha fatta intristire molto: questo perchè il burattino ha usato un modo molto semplice ed efficace per far storcere il naso alle tante persone che, essendo troppo occupate a guadagnarsi il pane quotidiano per badare alle sottigliezze linguistiche, finiranno così per non cagare e forse far morire un movimento che è li per essere aiutato, e per aiutare, a portare la nostra generazione fuori da una strada senza uscita. Lo spirito critico è di chi (come me!) se l'è potuto permettere, e tutti gli altri, ciao. Sopravvivenza alla meno peggio, e baciamo le mani al don di turno perchè ci da da lavorare. Come dice a volte mio padre, sono troppo stanco per ascoltare le tue menate ho bisogno di rilassarmi. E come dargli torto dopo 5 giorni su 7 di turni? (In realtà poi mi ascolta).

Un ultimo appunto. Qui su ad Harlem, è difficile far attechire il movimento. Perchè qui su ad Harlem, la gente ti dice: beh, che c'è di nuovo? Noi stiamo galleggiando nella merda da quando la schiavitù è stata abolita negli USA, perchè ora dovremmo supportare un movimento di bianchi che si trovano nella situazione in cui noi siamo da sempre? Premesso che sto banalizzando e che questo è solo un senso comune (e quindi in qualche modo gestibile) (spero), vorrei concludere facendo notare come i gerarchi della finanza, della ricchezza, dell'arrivismo sono arrivati a dividerci tutti per bene. Così che possiamo essere dannosi zero. Ma spero che gli americani si ricordino del Black Panther Movement, e che si rivolgano finalmente alle "minoranze d'America" (linguaggio infame) non per integrarle nell'esperienza fallimentare del capitalismo, ma per farsi insegnare strategie di lotta.

Amen.

ps.: consiglio di lettura consigliato da un valido consigliere:
Come guidare il default italiano | Global Project
(non fatevi ingannare dalla presunta radicalità del sito ;) )

domenica 2 ottobre 2011

The Black Panther Party for Self-Defense (the problem with those guys, is that they speak up for themselves)

contravvenendo subito alla mia dichiarazione d'intenti, pubblicizzo un attimo un tema che non è per nulla accademico, anzi. nell'accademia penso sia alquanto marginale, come immagino manchi dai programmi dei college americani. io, che studio "letteratura e cultura" afroamericana da un anno e mezzo (per carità, non è comunque un cazzo, e avrò certamente letto un millesimo di quello che c'è da leggere a riguardo), non ne avevo mai letto da nessuna parte, ne tanto meno sentito parlare, nonostante una delle preoccupazioni centrali di chi insegna e fa ricerca sugli studi afroamericani sia la questione dell'identità nera negli stati uniti. e pare che i combattenti del Black Panther Party for Self-Defense non abbiano (e non abbiano avuto) nessun dubbio sulla propria identità e sulla propria libertà di pensiero e di azione. è di loro che vi accenno un attimo, dopo averne scoperto un po'di cose al Black Panther Film Festival che sta svolgendosi qui in Harlem in questi giorni, in un cinema piccolo come la casetta della mia defunta roditrice virgola (un criceto).

prima di proseguire, apro due parentesi, tanto per chiarire quello che segue. parentesi UNO: l'eredità dello schiavismo e delle convinzioni razziste che avevano permesso allo schiavismo di esistere negli usa, è un'eredità a tutt'oggi percepibile nella quotidianità statunitense. questa eredità prende varie forme, una delle quali è il continuo riproporsi della questione del colore della pelle, che suscita tensioni tra i vari gruppi etnici (che poi sono anche gruppi economici); parentesi DUE: una delle varie forme che prende l'eredità dello schiavismo, è il problema dell'identità nera; questo è un problema che curiosamente vale più per gli afroamericani/caraibicoamericani che per altri gruppi etnici, e che consiste in una certa difficoltà a definirsi in termini diversi da quelli impostati dal discorso razzista -> es: il bianco dice che il nero non sa leggere e scrivere perchè è inferiore. il nero impara a leggere e a scrivere per dimostrare al bianco che non è inferiore. ma poi si trova nell'imbarazzante situazione di doversi chiedere se il fatto di leggere e scrivere lo rappresenti veramente, o sia solo un insieme di capacità che ha appreso per dimostrare al bianco la propria "umanità" (poco paradossale questa questione?? vi assicuro che è molto rappresentativa dell'annosa questione identitaria nera negli usa).

il Black Panther Party (d'ora in poi BPP) è riuscito, uno tra tanti movimenti politici e culturali neri statunitensi, a trovare una risposta soddisfacente alla questione identitaria, mostrando quanto la razza non sia altro che una costruzione ideologica utile a mantenere in piedi un sistema economico e di pensiero fortemente anti-persona. questo sistema economico e di pensiero ha assunto nel corso della storia recente vari nomi che vanno da colonialismo a imperialismo a capitalismo a neocolonialismo a neoimperialismo a lobbismo eccetera.

in particolare, questo sistema economico e ideologico è quello che, nella prima metà del novecento, genera il KKK e i linciaggi contro i neri che, nel sud degli usa, si spostavano a vivere nelle grandi città cercando lavoro, e lasciandosi le piantagioni di cotone alle spalle. infatti, il BPP nasce in città come los angeles, detroit, e via dicendo, come organizzazione spontanea di giovani di colore che, aggregando gang antagoniste dei ghetti contro gli sbirri (e pare che quelli di LA fossero particolarmente folli), decidono di difendere le loro comunità dalle continue aggressioni sia poliziesche che parapoliziesche (KKK), fomentate dal governo che spera così di riuscire a ricacciare i neri nelle campagne, fuori dalle città bianche dei suprematisti di tutte le classi esistenti (dagli operai terrorizzati di perdere il lavoro per via della manovalanza nera a basso costo, ai capi d'industria a cui i neri fanno ancora comodo schiavizzati). incoraggio chiunque mi legge ad approfondire la questione dei linciaggi e dei pestaggi gratuiti, per rendersi conto delle proporzioni della mattanza. il progetto iniziale del BPP, che sarà anche quello che verrà utilizzato contro il movimento per discreditarlo, è semplice: dal momento che la legge federale della california consente ai cittadini di armarsi per legittima difesa, i cittadini (neri) si armano per difendersi contro i poliziotti (bianchi) e contro i suprematisti (bianchi).

a tutto questo si accompagna una strategia più profonda e pericolosa. è la strategia della consapevolezza. i neri dei ghetti, oltre ad armarsi e a coalizzare gang precedentemente incoalizzabili attorno alla questione pratica di difesa immediata della comunità, cominciano anche ad interrogarsi sulla propria condizione economica e sociale. terza parentesi o parentesi TRE: in questi stessi anni, il Civil Right Movement sta radunando neri e bianchi per protestatre contro la discriminazione legale dei neri in america - per intenderci, quella che obbliga i neri a stare in piedi in fondo nei bus, o quella che li fa bere a fontane apposta per loro, o che gli impedisce di entrare in certi negozi, e che chiaramente li esclude da qualsiasi tipo di occupazione diversa da quella del servo a pagamento. il BPP intraprende una strada più radicale, e fortemente influenzata dalle letture socialiste e marxiste che i suoi membri hanno deciso di approfondire: non solo difende il quartiere, la comunità, dagli attacchi fisici, ma la difende anche dagli attacchi economici di un sistema basato sulle classi e sull'individualismo consumista: combattenti e cittadini uniscono le forze e mettono in circolo quello che hanno per dare cibo, vestiti, e istruzione ai propri figli, fratelli, sorelle, vicine di casa, nonni, nonne. e cominciano a diffondere il verbo di quella che per loro è la vera strada per l'indipendenza. non il civil rights movement, o almeno non solo quello, non solo l'elemosina dai bianchi (o dai ricchi) e dal loro sistema. il BPP sta creando cultura, consapevolezza, autarchia, autosostentamento, fratellanza, comunità, identità in una lotta che è per la sopravvivenza ma anche per la dignità. e la cosa veramente figa, è che il BPP non sta creando tutto ciò per la comunità nera contro la comunità bianca ma, come recita uno dei suoi slogan, il BPP sta creando una nuova identità per tutti quelli a novanta contro tutti quelli in piedi che glielo pianta*o nel culo. cioè in realtà lo slogan diceva qualcosa tipo per gli oppressi di tutto il mondo, contro gli oppressori, ma messa così vi sarebbe suonata un po'retorica, no? già ho usato termini ultrapoliticizzati come lotta classe marx ricchi poveri neri bianchi criceto.

insomma, la cosa mi ha incuriosita e la sto approfondendo. ah, naturalmente ora chi del BPP non è morto ammazzato è in galera da trentanni o ne è appena uscito. e questo perchè non parlano di cazzate. il BPP opera a partire dagli anni sessanta. c'è un mare di cose su di loro da dire da aggiungere eccetera. per ora lascio questi appunti mal scritti e questi due trailer:

documentario "41st & Central: the Untold Story of the LA Black Panthers"

documentario "The Black Power Mixtape: 1967-1975"