Il mio appartamento oggi non si aspettava che io rimanessi in casa tutto il giorno. Ma io non potevo uscire, anche se sarei voluta andare a scementificarmi le gambe e a fumare la decima sigaretta fuori dalla cucina che ormai era diventata un posacenere. È stato di fatto il posacenere il primo oggetto che si è lagnato durante la tortura claustrale che sembrava non voler finire mai.
Le tre stanze e il corridoio si erano riempite della mia insofferenza, e avevo un mal di testa patetico, la mia testa era si era decisamente inacidita e si stava rivoltando contro di me e contro lo schermo del computer. Gli occhi pure, mi bruciavano. Di base tutto l’insieme del mio corpo partecipava, cooperativamente, all’insofferenza della testa, non avevo parlato con nessuno per ore e ne stavo risentendo.
Stavo per addentare la tastiera quando ho sentito il posacenere cominciare a lamentarsi che
Mmerda di vita ripetitiva che faccio.
E la tazza che non cambiavo da giorni e che continuavo a riempire di acqua calda sempre sopra la stessa bustina di tisana rispondere che
Siamo tutti nella stessa situazione radicati su noi stessi come sempre e
Non annoiarci con le nostre stesse angosce esistenziali, lo straccio che uso per asciugare i piatti il pavimento o il tavolo aveva sporcato la frase.
Siccome non stavo veramente capendo quello che dicevano, ho cominciato a concentrarmi sul fatto che mia nonna avrebbe pianto a sapere che quello straccio, lo usavo per i piatti il pavimento o il tavolo.
Che schifo, aveva detto la tazza, e io avevo pensato, mia nonna farebbe la stessa osservazione, ma ho lasciato subito cadere la mia riflessione perché ho sentito distintamente, distintamente, il pane di campagna cominciare a polemizzare sul fatto che
Cosa ne pensate del fatto che sono uscito due giorni fa dalla bottega caldo di parto, ma senza sapere veramente dove sarei finito, e non ho nemmeno avuto il tempo di angosciarmi per questo aspetto incontrollabile della mia situazione che già ero incastrato tra le dita di questa, ora sono qui duro come una roccia e mi mancano dei pezzi che non ho idea di dove siano finiti, domani non so se ci sarò e non so dove sarà la crosta e dove la mollica,
pensavo che ero d’accordo con lui. In effetti, era da qualche giorno che rifiutavo di affannarmi per le stesse ragioni, soprattutto perché
e a roba pèso xe che no so se finirò nee scoasse o nel so stomago. Scoasse o stomago? Cossa xe péso? Cossa xe mejo?
Lo fissavo intensamente odiandolo per la lucidità dei suoi ragionamenti. Poi mi è arrivato un brontolio basso dalla sala. Io ero in cucina, così ho tirato l’orecchio. Avevo molto mal di testa ma potevo tirare l’orecchio abbastanza per impicciarmi.
Io vorrei vedere fuori guardare almeno il palazzo di fronte e invece vedo solo culi che mi si spalmano contro. Non è un vero problema, ma la mia immobilità mi annoia. Vorrei avere altre aspettative oltre a indovinare che tipo di culo mi si appoggerà sopra la prossima volta. E spesso è sempre lo stesso, quindi non ci sono grandi sorprese, non che mi lamenti ma
Era la poltrona probabilmente. La poltrona della sala è molto soffice. E ora viene fuori che ha una rassegnazione accomodante. È molto soffice, pensavo che doveva essere la poltrona, anche perchè è vicina alla finestra, ma le rivolge drammaticamente il fianco.
Si interrompevano a vicenda e si parlavano sopra, ogni tanto si maledivano e si insultavano, altre volte erano concilianti
No nemmeno io mi la mento
Sempre dalla sala, tendevo l’orecchio un po’di più perché i volumi mi stavano aumentando attorno
Alla fine siamo qui, siamo in quattro, abbiamo la stessa vita, facciamo le cose assieme, non c’è varietà ma ci siamo, siamo uguali, siamo uguali identiche e ci siamo.
Le sedie del salotto. Quattro sedie impolverate per via della mia pigrizia, tutte uguali ma con macchie o buchi di tarli in punti diversi. Anche io volevo una comunità come la loro, di uguali persuasi ma diversi di fatto. Odiavo anche loro perché avevano quello che io non avevo e che volevo. Almeno nella solitudine imposta dalle cricostanze di oggi.
Prima che il mio appartamento cominciasse a parlare, avevo sbevazzato la terza tazza di tisana del mio pomeriggio immobile. Dovevo pisciare, ero piena d’acqua, così mi sono trascinata stralunata grattandomi una spalla verso il bagno. Ho fatto scorrere la porta ho alzato la felpa abbassato le mutande e mi sono lasciata crollare sulla tazza del cesso. Ho pisciato e già che c’ero ho pure cagato. E la tazza giustamente ha mandato a fare in culo l’intero appartamento. Allora per dimostrarle il mio supporto, e anche un po’di riconoscenza, le ho acceso una candelina profumata accanto, e tutte e due hanno cominciato a discorrere pacatamente di concetti non esistenziali.
Sono uscita dal bagno, e sono tornata in cucina. Nell’appartamento ora si era fatto silenzio, c'erano solo la mia alienazione di prima, e il mio stupore di dopo. Così ho preso il pane e gli ho fatto una sorpresa, o un dispetto, l’ho messo in freezer e l’ho congelato.