giovedì 16 febbraio 2012

la spiritualità nostrana secondo il vangelo di una guardia svizzera aka racconto #3.

Santo padre. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, santo padre.

Beh, modestamente, signor adritano celenano.

Sua santità.

Signor celenano.


Singor celenano?

Sì, santo padre?

Perché dice?

Ma santo padre, non lo sa da sé?

Beh, immagino di sì, ma mi piace sentirmelo ripetere.

Vede, santo padre, lei continua con estrema abilità a cagare sulla testa della gente.

Come come, amico mio? Vorrei, ma rischio le fruste del nostro signore.

Ma lo fa già, santo padre.

E come lo farei, signor celenano?

In molti modi, signor santo padre.

Mi illumini.

Con piacere. Lei ha felicemente aderito ad un progetto che ci ha confusi tutti, per secoli.

Lei è un complottista, signor celelano?

No, mi lasci dire.

Prego, che dio la benedica.

Grazie, che dio la protegga. Dicevo. È semplice. Lei rappresenta lo spostamento della rettitudine dalla mente alla bocca. Dalla convinzione alla propaganda. Dalla consapevolezza al dogma. Ha contribuito a dare alla gente una scusa per scaricare la responsabilità di sé, e appassionarsi alla lamentela e alla servitù.

Io?

Sì lei.

E lei allora? Che promette via cavo la vita dopo la morte, non abbindola anche lei i totosanremesi con facilonerie abbiette? Non li distrae dalla vita qui ed ora?

Beh. Non ho mica detto di essere perfetto.


Signor celenano. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, signor celenano.

Beh, modestamente, signor santo padre.

Signor celenano.

Sua santità.

racconto #12895.

Il mio appartamento oggi non si aspettava che io rimanessi in casa tutto il giorno. Ma io non potevo uscire, anche se sarei voluta andare a scementificarmi le gambe e a fumare la decima sigaretta fuori dalla cucina che ormai era diventata un posacenere. È stato di fatto il posacenere il primo oggetto che si è lagnato durante la tortura claustrale che sembrava non voler finire mai.

Le tre stanze e il corridoio si erano riempite della mia insofferenza, e avevo un mal di testa patetico, la mia testa era si era decisamente inacidita e si stava rivoltando contro di me e contro lo schermo del computer. Gli occhi pure, mi bruciavano. Di base tutto l’insieme del mio corpo partecipava, cooperativamente, all’insofferenza della testa, non avevo parlato con nessuno per ore e ne stavo risentendo.

Stavo per addentare la tastiera quando ho sentito il posacenere cominciare a lamentarsi che

Mmerda di vita ripetitiva che faccio.

E la tazza che non cambiavo da giorni e che continuavo a riempire di acqua calda sempre sopra la stessa bustina di tisana rispondere che

Siamo tutti nella stessa situazione radicati su noi stessi come sempre e

Non annoiarci con le nostre stesse angosce esistenziali, lo straccio che uso per asciugare i piatti il pavimento o il tavolo aveva sporcato la frase.

Siccome non stavo veramente capendo quello che dicevano, ho cominciato a concentrarmi sul fatto che mia nonna avrebbe pianto a sapere che quello straccio, lo usavo per i piatti il pavimento o il tavolo.

Che schifo, aveva detto la tazza, e io avevo pensato, mia nonna farebbe la stessa osservazione, ma ho lasciato subito cadere la mia riflessione perché ho sentito distintamente, distintamente, il pane di campagna cominciare a polemizzare sul fatto che

Cosa ne pensate del fatto che sono uscito due giorni fa dalla bottega caldo di parto, ma senza sapere veramente dove sarei finito, e non ho nemmeno avuto il tempo di angosciarmi per questo aspetto incontrollabile della mia situazione che già ero incastrato tra le dita di questa, ora sono qui duro come una roccia e mi mancano dei pezzi che non ho idea di dove siano finiti, domani non so se ci sarò e non so dove sarà la crosta e dove la mollica,

pensavo che ero d’accordo con lui. In effetti, era da qualche giorno che rifiutavo di affannarmi per le stesse ragioni, soprattutto perché

e a roba pèso xe che no so se finirò nee scoasse o nel so stomago. Scoasse o stomago? Cossa xe péso? Cossa xe mejo?

Lo fissavo intensamente odiandolo per la lucidità dei suoi ragionamenti. Poi mi è arrivato un brontolio basso dalla sala. Io ero in cucina, così ho tirato l’orecchio. Avevo molto mal di testa ma potevo tirare l’orecchio abbastanza per impicciarmi.

Io vorrei vedere fuori guardare almeno il palazzo di fronte e invece vedo solo culi che mi si spalmano contro. Non è un vero problema, ma la mia immobilità mi annoia. Vorrei avere altre aspettative oltre a indovinare che tipo di culo mi si appoggerà sopra la prossima volta. E spesso è sempre lo stesso, quindi non ci sono grandi sorprese, non che mi lamenti ma

Era la poltrona probabilmente. La poltrona della sala è molto soffice. E ora viene fuori che ha una rassegnazione accomodante. È molto soffice, pensavo che doveva essere la poltrona, anche perchè è vicina alla finestra, ma le rivolge drammaticamente il fianco.

Si interrompevano a vicenda e si parlavano sopra, ogni tanto si maledivano e si insultavano, altre volte erano concilianti

No nemmeno io mi la mento

Sempre dalla sala, tendevo l’orecchio un po’di più perché i volumi mi stavano aumentando attorno

Alla fine siamo qui, siamo in quattro, abbiamo la stessa vita, facciamo le cose assieme, non c’è varietà ma ci siamo, siamo uguali, siamo uguali identiche e ci siamo.

Le sedie del salotto. Quattro sedie impolverate per via della mia pigrizia, tutte uguali ma con macchie o buchi di tarli in punti diversi. Anche io volevo una comunità come la loro, di uguali persuasi ma diversi di fatto. Odiavo anche loro perché avevano quello che io non avevo e che volevo. Almeno nella solitudine imposta dalle cricostanze di oggi.

Prima che il mio appartamento cominciasse a parlare, avevo sbevazzato la terza tazza di tisana del mio pomeriggio immobile. Dovevo pisciare, ero piena d’acqua, così mi sono trascinata stralunata grattandomi una spalla verso il bagno. Ho fatto scorrere la porta ho alzato la felpa abbassato le mutande e mi sono lasciata crollare sulla tazza del cesso. Ho pisciato e già che c’ero ho pure cagato. E la tazza giustamente ha mandato a fare in culo l’intero appartamento. Allora per dimostrarle il mio supporto, e anche un po’di riconoscenza, le ho acceso una candelina profumata accanto, e tutte e due hanno cominciato a discorrere pacatamente di concetti non esistenziali.

Sono uscita dal bagno, e sono tornata in cucina. Nell’appartamento ora si era fatto silenzio, c'erano solo la mia alienazione di prima, e il mio stupore di dopo. Così ho preso il pane e gli ho fatto una sorpresa, o un dispetto, l’ho messo in freezer e l’ho congelato.

martedì 14 febbraio 2012

L'ospizio del "Non E' mai Troppo Tardi." aka racconto #2.

Signora illusione.

Buondì. Sono signora illusione. Sono il tuo giocattolo preferito. Ti faccio dilazionare le scelte che non ti piacciono. Ti stimolo pensieri creativi ma ti permetto di non realizzare i progetti che ti si formano in testa. Sono solo delle illusioni e tanto ti basta sapere, per limitarti ad ammirarli, poi metterli da parte, e ricominciare a guardarli quando non hai voglia di pensare che quello che stai facendo non ti piace.

Signor vittimismo.

Buon pomeriggio. Sono signor vittimismo. Sono un buon compagno di strada. Ti ispiro pensieri di giustificazione e ti cullo nella certezza che il mondo ti è ostile. Ti appoggio quando sostieni che la realtà non ti lascia scelta e ti conforto spiegandoti che tutto quello che vivi, ti è stato imposto dall’esterno. L’esterno è una matassa di fatti che sono tenuti fuori dalla tua portata, ti spalleggio se vuoi gettare la spugna e adattarti ai piccoli angoli liberi che restano attorno alla tua ombra.

Signor rifiuto.

Buona sera. Sono signor rifiuto. Sono il saggio che ascolti talvolta e spesso fraintendi. Ti suggerisco di assaltare le ore sul fianco che hanno più scoperto e ti provo a convincere che la tua vista è abbastanza buona per trovare l’incrinatura che può farti avanzare verso dove senti di dover andare. Ti provoco ad essere provocatore e ti incito a disprezzare quello che ti fa star male ma poi succede che tu colga in questo una spinta verso il bene a tutti i costi e così ti ritrovi a piangere per scelte che credevi indovinate.

Signora speranza.

Buona notte. Sono signora speranza. Sono quella con cui vai sempre a dormire, alleggerendoti il cuore. Ti faccio sperare che domani saprai trovare il tuo equilibrio, più di quanto tu non sia riuscit@ a fare oggi. Ti gratto il cervello a ogni calare del sole, sperando di toglierci un po’di vittimismo, fare spazio a un po’ rifiuto, farti pacificare con le tue illusioni che almeno nel sonno diventano più vere. Ti sostengo se credi che domani saprai farne uscire qualcosa di grande.


Così recitavano a ripetizione i quattro anziani dell'ospizio di fronte alla nostra scuola, disposti in riga sull'erba marcia. Poi arrivava sempre l'infermiere Cristiano a portarli dentro, perchè era l'ora dei tranquillanti.

mercoledì 8 febbraio 2012

racconto #12896.

Li vedo, sono uno sbirro e un barbone. Dall’altro lato del binario. Lo sbirro si è avvicinato, ha guardato il barbone, il barbone l’ha fiutato di rimando. Allora lo sbirro ha fiutato il barbone, e il barbone l’ha guardato di rimando. Si sono studiati così per un po’, ignari del fatto che io nel frattempo li stavo osservando entrambi. Il barbone è un tizio di mezza età e lo sbirro sembra un ragazzetto. Lo sbirro si siede accanto al barbone, si guardano di sottecchi. Io ho l’impressione che possano cominciare a parlare da un momento all’altro, quindi cambio binario della metro e mi metto a oziare davanti a loro. Mi guardano entrambi il culo. Io parlo in italiano al telefono spento, li rassicuro implicitamente sul fatto che probabilmente se parlano in dialetto, li capirò poco.

Lo sbirro dice in dialetto, ah le femmine.

Il barbone risponde in dialetto, a me piacciono poco, mi fido più degli uomini.

Allora lo sbirro tace un po’ ma poi risponde, le femmine vogliono farti fare quello che dicono loro.

Il barbone risponde, quando gli uomini non vogliono far fare a loro quello che dicono loro.

Lo sbirro, un po’stupido in quanto sbirro, è confuso, e chiede, ma loro chi?

Allora il barbone dice, non importa.

Lo sbirro soppesa un po’le parole del barbone, e poi gli domanda, perché tu ti fidi di più degli uomini?

Il barbone, preso in contropiede dalla memoria di ferro dello sbirro, ma non dalla mancanza del lei di cortesia (anzi, del voi di cortesia) nella sua domanda, dice, mi fido più degli uomini perché so cosa aspettarmi da loro.

Lo sbirro, che sta cominciando a scambiare il barbone per un superiore di grado, confuso un po’dalla sua età, un po’dal suo tono paterno, cerca forse di far propria un po’di saggezza, e apostrofa ancora il compagno, chiedendogli, perché sai cosa aspettarti da loro?

Il barbone, uomo di mondo, annusa la puzza di latte che lo sbirro emana e, probabilmente deciso a godersi questi tre minuti di rara genuinità in divisa, gli risponde. So cosa aspettarmi dagli uomini, perché gli uomini hanno il potere che si vede, e che se non si vede si indovina. Il potere di chi ha sempre avuto il potere. Le donne, invece, hanno il potere di chi è relegato ai sotterfugi. C'è margine per essere più scaltre.

Lo sbirro, reverente di fronte alla saggezza del barbone, spera di darsi un tono maturo e spaccone commentando, meglio tenersele per quello che hanno di buono le donne, come il culo di questa qui.

Così mi giro, e lo ringrazio. Poi mi rivolgo al barbone, lo prego di andare avanti ad istruire il ragazzetto, per il bene della legge, dell’ordine, e della comunità, e del sistema. E per finire salgo in treno, e vado a prostituirmi al Bois de Vincennes, chè non ho soldi per pagarmi l’affitto. Tanto sono dal lato buono del binario.

racconto #1.

Smettila di mangiare così. Non stai mangiando per fame. Stai mangiando per golosità ***porco."

Gli lancia un vaso addosso, un vaso di plastica. Lui si mangia anche quello, per dispetto.

Non è possibile, sei malato.

Si mangia anche il sei malato, un unico boccone assieme a una delle tre uova sode pescata da un piatto di uova sode e pane.

Non posso smettere.

No, non vuoi smettere.

Ma se smetto, non c’è niente che mi soddisfi.

Lei va lì, e butta per terra il suo piatto, poi cammina anzi marcia sopra le uova e il pane. Il pane si appiattisce e le uova le rimangono incollate alle suole. Lui fa per piegarsi, per mangiare il giallo del tuorlo rimasto incastrato nel carro armato delle sue scarpe. Lei lo allontana colpendolo con un calcio sul naso. Lui lo riceve a bocca aperta, e riesce a staccare qualcosa dalla punta di gomma di lei.

Lei urla, non ci può credere. Lui sogghigna, si caccia in bocca il pane stirato dalla foga di lei.

Fai schifo merda***! Fai schifo!

Lui la guarda e le dice, sputando briciole masticate e recuperandole, quando riesce, oh ma tu, checchai, paura di ritornare anche te a fare così se mi guardi?

Lei se ne va in un’altra stanza, rabbiosa, e comincia a camminare in tondo, sempre più veloce e sempre più agitata. Piange di rabbia, si ferma, colpisce la parete con un pugno, si ferisce, comincia a succhiare il sangue che esce dalla nocca. Lui spunta dalla porta, la testa tonda, gli occhi spalancati, il naso dolorante ma attento, le chiede se può assaggiare anche lui un po’del suo sangue. È una provocazione, lei non la regge, agguanta una sedia, gliela prova a sfasciare addosso, ma lui se la mangia, e riprende a fissarla con un po’di supplica e un po’di divertimento negli occhi.

Lei si ferma, sorride, ride, gli promette che se esce, gli farà avere i dolci di carnevale che mangiavano da piccoli. Glielo giura. Lui esce.

Passano delle ore. Lei sta leggendo, tiene il libro con una mano perché l’altra le fa male. Lui entra nel salone e disapprova con la testa.

Che cazzo di problema c’è dice lei.

Smettila di leggere così. È perché non hai altro da fare. Ti fa male. Esci.

Lei lo guarda, guarda il libro, guarda sé stessa nello specchio, poi riguarda lui, e gli lancia il libro addosso. Lui lo schiva e il libro scivola giù dalle scale atterrando in un vassoio di salatini unti.

Porco***, dice lei, che ha seguito la traiettoria del libro da dietro la spalla di lui, dopo essersi precipitata dietro la sua scia quando ha capito che lui non se lo sarebbe mangiato.

Che schifo. Mi fa schifo. Ora rimane con delle chiazze unte.

Lui le prende la testa tra le mani e gliela scuote. Le dice,

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu legga così.

Lei allora cerca di infilargli due dita in gola e gli fa l’eco

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu mangi così.

Lui è quasi tentato di staccarle le dita, ma preferisce evitare scene di cattivo gusto. Così si sfila la sua mano dalla bocca, scende, le lancia dietro il libro, si beve la teglia di salatini. Rutta ed esce.