Smettila di mangiare così. Non stai mangiando per fame. Stai mangiando per golosità ***porco."
Gli lancia un vaso addosso, un vaso di plastica. Lui si mangia anche quello, per dispetto.
Non è possibile, sei malato.
Si mangia anche il sei malato, un unico boccone assieme a una delle tre uova sode pescata da un piatto di uova sode e pane.
Non posso smettere.
No, non vuoi smettere.
Ma se smetto, non c’è niente che mi soddisfi.
Lei va lì, e butta per terra il suo piatto, poi cammina anzi marcia sopra le uova e il pane. Il pane si appiattisce e le uova le rimangono incollate alle suole. Lui fa per piegarsi, per mangiare il giallo del tuorlo rimasto incastrato nel carro armato delle sue scarpe. Lei lo allontana colpendolo con un calcio sul naso. Lui lo riceve a bocca aperta, e riesce a staccare qualcosa dalla punta di gomma di lei.
Lei urla, non ci può credere. Lui sogghigna, si caccia in bocca il pane stirato dalla foga di lei.
Fai schifo merda***! Fai schifo!
Lui la guarda e le dice, sputando briciole masticate e recuperandole, quando riesce, oh ma tu, checchai, paura di ritornare anche te a fare così se mi guardi?
Lei se ne va in un’altra stanza, rabbiosa, e comincia a camminare in tondo, sempre più veloce e sempre più agitata. Piange di rabbia, si ferma, colpisce la parete con un pugno, si ferisce, comincia a succhiare il sangue che esce dalla nocca. Lui spunta dalla porta, la testa tonda, gli occhi spalancati, il naso dolorante ma attento, le chiede se può assaggiare anche lui un po’del suo sangue. È una provocazione, lei non la regge, agguanta una sedia, gliela prova a sfasciare addosso, ma lui se la mangia, e riprende a fissarla con un po’di supplica e un po’di divertimento negli occhi.
Lei si ferma, sorride, ride, gli promette che se esce, gli farà avere i dolci di carnevale che mangiavano da piccoli. Glielo giura. Lui esce.
Passano delle ore. Lei sta leggendo, tiene il libro con una mano perché l’altra le fa male. Lui entra nel salone e disapprova con la testa.
Che cazzo di problema c’è dice lei.
Smettila di leggere così. È perché non hai altro da fare. Ti fa male. Esci.
Lei lo guarda, guarda il libro, guarda sé stessa nello specchio, poi riguarda lui, e gli lancia il libro addosso. Lui lo schiva e il libro scivola giù dalle scale atterrando in un vassoio di salatini unti.
Porco***, dice lei, che ha seguito la traiettoria del libro da dietro la spalla di lui, dopo essersi precipitata dietro la sua scia quando ha capito che lui non se lo sarebbe mangiato.
Che schifo. Mi fa schifo. Ora rimane con delle chiazze unte.
Lui le prende la testa tra le mani e gliela scuote. Le dice,
Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu legga così.
Lei allora cerca di infilargli due dita in gola e gli fa l’eco
Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu mangi così.
Lui è quasi tentato di staccarle le dita, ma preferisce evitare scene di cattivo gusto. Così si sfila la sua mano dalla bocca, scende, le lancia dietro il libro, si beve la teglia di salatini. Rutta ed esce.
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