venerdì 31 agosto 2012

L'attacco della ex-schiava


Ho sentito l’attacco di una ex-schiava, fuggita da una piantagione; la schiava lanciava questo attacco a due diversi obiettivi: il padrone; e lo schiavo domestico, che non difende il servo della gleba dal padrone perché il padrone concede allo schiavo domestico uno stile di vita  apparentemente accettabile. Naturalmente, la ex-schiava diffidava di tutti, ma detestava più ancora del padrone lo schiavo domestico, inconsapevole ma giudicatore, libero ma venduto. Infatti, lo schiavo domestico era per lei non salvabile, ma nemmeno riducibile a un vero nemico. Quindi, per l’ex-schiava lo schiavo domestico era un incubo incomprensibile.


l’appello che faccio alla feccia che occhieggia attraverso il cancello guardandomi fuori dal dentro è che sento che fuori sto meglio da sola difesa da ogni pretesa di falsa passione a cui preferisco l’opzione di creare e covare il mio bene, che forse conviene più che aspettare la poca fiducia che vi voglio dare. Rimango delusa soltanto dal pianto del mio stesso senso di fallimento quando mi pento di essere dura con l’unica parte di me che cura il rispetto per il sorriso bastardo di un volto sacro e codardo che ha venduto il suo naso a stronzate narrate a un cervello sedato e seduto sul proprio fiuto dimenticato. Mi mangio un cenno del tuo senno preferendo l’orrendo piacere di credere che sia meglio desistere e resistere su una scala più generale dove mi faccio male per scelta personale accettando che mi consideri stronza chi conosce la mia testa meno di quanto realizzi lo stato impostato del suo vivere colonizzato. La merda che prendo da chi ha avuto il mio tempo a suo uso e consumo è solo un abuso confuso di forza che scuote la scorza dura da cui si dibatte chi ha piacere ad avere paura immobile nel guscio fragile e masochista dello schiavista succube. Decisa che non avevo niente da perdere a morire, mi prendo il lusso di temere che vivere sia una scelta tra lottare e tacere spaventandomi in ogni momento di dire meno di quello che penso per quanto sia denso il livello di stronzate che tu vuoi sentire in queste frasi rimate. Mentre mi guardi ridendo da dentro il cancello ti mollo il fardello di concretizzare quanto infame è la tua rabbia da uccello in gabbia.


L’ex-schiava inoltre sosteneva che queste rime di sfida e di sfiducia fossero state anche ispirate dall’atroce abbandono subito dal suo amante che, rimasto nella piantagione, la aveva ipocritamente e vigliaccamente accusata di tradimento e di abbandono.

martedì 26 giugno 2012

La Storia Sconosciuta del Coinquilino Meccanico


Coinquilino, con quella testa prematuramente calva impiantata su un corpo magro dalle anche larghe, mi hai svuotato la casa di tutto, compresi i detersivi con cui dovrei pulire il mio appartamento sporco. Perché invece di raccontarmi delle tue noiose imprese in parapendio non mi spieghi la storia della tua avarizia? Un giorno mi hai raccontato che ti diverti ad attraversare l'aria spinto da un'elica fissata sul culo, e qualche settimana dopo dicevi che, sbagliando, avevi fatto incastrare i fili del paracadute nelle pale dell'elica, e così avresti dovuto ricomprare tutto. Ecco perché sei tirchio, fai idiozie e poi lasci a me pagare il conto. Mi fai un po' ridere. Sabato dovevi andare a vedere un circo a Versailles, ma ti saresti dovuto sedere sull'erba. Ciononostante, hai deciso di indossare degli abiti che consideravi eleganti, dei pantaloni mafiosi gessati, neri, una camicia a righe bianche, e delle scarpe appuntite e verniciate, nere. Guardavo sconfortata i tuoi jeans dalla vita ampia, adatti a calzare un bacino troppo largo rispetto alle strette spalle che ti ritrovi; erano abbandonati sulla poltrona, la stessa che oggi ho trovato sul marciapiede tornando a casa, un rifiuto tra i rifiuti che sforni. Passavo lo sguardo dalle tue scarpe di pelle, vigliaccamente inguardabili, minacciose ed affilate fuori dai pantaloni, alle tue scarpe di tela, sformate dal tuo piede largo e aperte sul pavimento. Poi ti guardavo in faccia, e ti vedevo incerto e contento della tua scelta di quegli abiti formali che ben avrebbero presentato il tuo scialbo corpo unto nella ricca enclave francese. Un bambino patetico e un promettente burocrate.

Non sei cattivo, hai solo una pragmatica tendenza alla stupidità. Ci siamo conosciuti che rimpiangevi la ragazzina con cui eri stato a lungo, e che avevi respinto perché all'avanzata età di ventun anni non aveva ancora deciso di consacrare la sua vita a qualche creativa ambizione come la tua, aprire un macdonald in centro città. Non potevi certo passare la vita con una depressa attrice mancata, che perdeva le sue giornate in casa, scioccata di fronte all'inganno brillante del nostro mondo e delle sue promesse vuote. Avevi fretta di farti uomo, e non sapevi nemmeno amare, né ti era ben chiaro cosa fosse un uomo, una donna, un amante, o un orgasmo. Ti compatisco, caro coinquilino, ma ti ringrazio per avermi infestato la casa con la tua presenza simbolica, manifesto tutto quello che non voglio mai essere nella vita mia. Avrei voluto comunque che mi spiegassi da quale angolo difficile della tua storia arrivano i tuoi sogni arrivisti e monotoni. Magari questo mi avrebbe resa meno rigida nella reazione al tuo alito sterile e frigido.

martedì 22 maggio 2012

racconto #sette aka La Finta Storia della Buonanotte


Ho visto due amanti correre verso una falesia e buttarsi di sotto. Scappavano dalle guardie, non so che ne sia stato di loro, ma so di per certo che sono diventati proverbiali per aver lasciato i legislatori alle loro catene. Secondo quello che mi è stato spiegato, i legislatori tentavano di corrompere l’intuito degli amanti, facendoli ragionare sull’incompatibilità delle loro differenze. Asserivano che, a logica, ognuno avrebbe dovuto seguire un cammino diverso, per preservare il proprio equilibrio dalla distruttiva influenza dell'altro. Erano quasi riusciti a convincerli, quando gli amanti sono scappati diventando dei creativi provocatori dell’ordine stabilito. Nessuno dei due amanti è divenuto il legislatore dell’altro, e pare che nessuno dei due si sia mai dovuto assimilare all’intuito dell’altro. Dal momento che però, così facendo, i due amanti erano finiti per simboleggiare l’anarchia più di quanto non lo faccia una a cerchiata, la fuga è stata necessaria, ma la loro morte rimane un dubbio.

venerdì 27 aprile 2012

Tra Parentesi


Prima, ha guardato fuori dalla finestra e, poi, ha aperto la finestra. Ha respirato l'aria con gli occhi chiusi immaginando quello che aveva visto prima attraverso i vetri. Alcune case, poi un sacco di spazio violaceo per la luce del mattino e l'umido della terra; dietro in fondo, le montagne e sopra alle montagne, sopra all'umido viola il cielo pulito. Si immerge con la testa nell'aria che respira e che contiene tutti quei dettagli ne diventa parte, pensando alle sue mani. Che la prendono ai fianchi, premendo i lati del pube. Sente la passione di quel gesto e il gesto fa parte dell'energia al cui centro lei è precipitata annusando l'aria dalla finestra aperta. La abbraccia attorno alla vita. La stringe. Le sta dietro. Lei, gli sta dentro. È libera di ammettere che amarl* la libera. L* vorrebbe lì ora. Eppure è vero benessere quello in cui si trova ora, distante dal suo abbraccio col suo abbraccio su di sé e uno spazio immenso per fare della sua giornata ciò che vuole. L** arriverà presto e per ora ce l'ha comunque addosso.

mercoledì 25 aprile 2012

R-esistenza


Mi trascino attraverso il corridoio tra la cucina e la sala, la sala e la cucina. Quando sono in cucina la sala ha un certo richiamo, promette di essere una cava stimolante in cui poter trovare la creatività necessaria per scrivere il riassunto di un romanzo che aspetta di essere scritto da tre giorni. Quando sono in sala la cucina ha un richiamo ancora più forte, assicura di essere un utero nutritivo, dove sfogare la frustrazione creativa nella falsa soddisfazione data dai gusti inesistenti dei cibi senza gusto che compro per risparmiare soldi e scoraggiare i miei istinti bulimici.

Il corridoio è luogo di lucidità. È nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in sala se non ho voglia di scrivere cose non creative come il riassunto di un romanzo; è sempre nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in cucina se oltre a non avere fame ho anche lo stomaco corroso da cibi sintetici mangiati alla ricerca ossessiva di un inesistente appagamento dei sensi. Il corridoio è il luogo di lucidità e onestà intellettuale, in cui inevitabilmente ricado nella triste consapevolezza di essere una stronza annoiata, con sinceri istinti di cambiamento, e bloccata in un altrettanto sincera impossibilità di cambiare. Mi hanno messa qui, in questo corridoio tra la sala e la cucina, in questo appartamento in questa città in questo paese in questo continente, con le migliori intenzioni di questo mondo. L'hanno fatto per garantirmi un lavoro, l'hanno fatto per evitarmi la galera, l'hanno fatto per semplificarmi la vita, l'hanno fatto per proteggermi dalle difficoltà. Ma non hanno tenuto in considerazione tutti i fattori che impediscono ad un piano perfetto di essere perfetto; hanno pensato ad un'utopia; e me l'hanno voluta imporre. Ora (per fortuna) me la devo sbrigare da sola, come posso, nel mio paradosso personale che quando occupa troppo i pensieri può diventare una personale galera. La galera del più libero dei mondi possibili in cui, senza saperlo, mi hanno tenuta custodita e protetta da schemi mentali che non dovevano diventare il mio.

Devo fare il riassunto di un romanzo, che servirà ad aprire il secondo capitolo di una tesi che mi serve concludere per concludere l'anno conclusivo dell'università. Una volta ottenuto il titolo conclusivo, sarò in equilibrio su un filo che potrebbe arrivare all'estremo opposto di dove parto, o rimanere sullo stesso lato da cui mi sono precariamente installata sul filo. Il lavoro sicuro. Il futuro protetto. La mia famiglia mi ama, e io sono una paracula immensa. Siamo in anni di crisi, e io, aristocratica figlia di contabili ed operai, mi vedo consegnate in mano le chiavi del mondo dorato della stabilità. Sono il loro sogno. Loro non sanno, invece, di essere il mio.

Non mi hanno dato nessuna stabilità, perché la stabilità credo si conquisti, non credo si riceva. Loro se l'erano conquistata, anni addietro.

Sono qui, guardo schifata il computer, non posso riassumere un romanzo che parla del razzismo in Europa negli anni venti. Posso scriverci un articolo o un saggio, posso saltare direttamente all'analisi, posso chiedere a rai 3 di lasciarmi fare un intervento sul tema, posso sperare che qualcuno al di fuori di me trovi un qualsiasi valore nelle cose che il romanzo ha da raccontare. Posso proporre di fare una rivoluzione a partire dal romanzo. Invece sono annoiata, in una sala a nord di Parigi, a pensare alla mia condizione di mantenuta in una città che non mi piace. E mi hanno fatto osservare che permettersi di dire che Parigi non piace è una constatazione da borghesi. Davvero curioso, visto che trovo Parigi detestabile per l'aria borghese che la inquina, in  cui non riesco e non voglio integrarmi. Un'aria mefitica, un'aria improduttiva. Non sono tempi creativi, sono tempi stagnanti. In questi tempi stagnanti il mio sforzo universitario rischia di invischiarsi, con la benedizione di chi mi ha amata, mi ha sponsorizzata, mi ha facilitata, mi ha incoraggiata. Senza saperlo. Il loro progetto per me è che io abbia il meglio. Ma il meglio, è un concetto opinabile.

Non so cucinare. Per fortuna. Ho difficoltà a scegliere i prodotti giusti per pulire casa, quindi spesso non lo faccio. Non so aggiustare la bicicletta, ma per quello ho un utile manuale anarchico di sopravvivenza cittadina; ammesso che sappia capire dove si collocano le parti della bicicletta, all'interno della bicicletta. Non ho nozioni di informatica, non ho nozioni di economia. Non so seguire bene il mio conto in banca, e la mia soluzione a questo è ridurre le spese a zero, immaginando così di evitare di andare sotto con i soldi. Riducendo le spese a zero, prendo la metro abusivamente fino a che non mi salassano con quaranta euro di multa, o rubo pomodori al supermercato fino a ieri, quando la cassiera si è accorta che il prezzo pesato corrispondeva al massimo ad un ortaggio e non a tre. Cerco e trovo lavori saltuari in cui mi sfruttano ma che almeno NON MI permettono di curare il senso di colpa per la mancanza di indipendenza economica da quelli che mi dicono che studiare è il mio lavoro. Spesso mi rendo conto di non avere i requisiti richiesti dai bar. Il che è tutto dire. Non sulla facilità di lavorare in un bar – semmai, sulla facilità di non saperlo fare.

Nel frattempo, so che fuori c'è la crisi. Mi disinteresso da un paio di anni alla politica. La crisi è altro. È una crisi strutturale. È una crisi fondamentale. Nel senso che è una crisi delle fondamenta. Una crisi che risiede al di sotto delle società che ho attraversato, nella loro storia, nelle loro filosofie, nelle loro lotte, nelle loro repressioni, nelle loro conquiste, nelle loro disfatte. La crisi, poi, c'è sempre stata in ogni attimo storico del nostro piccolo quinto di mondo. La crisi c'è sempre nelle nostre teste. Noi ci adattiamo, la società si adatta, nulla progredisce e tutto cambia, qualcuno insegue qualcuno traina. Non ne capiamo veramente troppo, generalizziamo, solo fintantoché abbiamo il culo parato. Poi cominciamo a non trovare lavoro o a perderlo, ci disperiamo, accettiamo perché il nostro istinto ci dice che bisogna pur sempre vivere, e per farlo è possibile accettare qualsiasi condizione. Peggiore è la condizione che dobbiamo accettare, peggiore la crisi individuale, peggiore è la crisi sociale.

La mia crisi individuale è la dipendenza economica; è l'incapacità di fare delle cose concrete e utili nell'immediato, che implicano la dipendenza pratica; la mia crisi peggiore è la consapevolezza che le mie dipendenze sono legate alla struttura sociale in cui vivo, e alla sua storia. Lo studente o il lavoratore, lo sfruttatore o lo sfruttato, binarismi inesistenti che si risolvono in: lo sfruttatore sfruttato. La mia crisi è legata al fatto che le mie dipendenze, che possono apparire come benedizioni ad un occhio diverso, sono in realtà i prerequisiti su cui si basa un universo di problemi che tiene in ginocchio un sacco di noi. Chiunque questi noi siano. La mia crisi peggiore è che i miei studi mi sono stati venduti come la promessa per la stabilità, e tutto quello che ho trovato, fortunatamente, è stata invece instabilità. Ora rifiuto il modello dei miei sponsor perchè i miei studi mi hanno dimostrato che questo modello è la mia galera. Io lo rifiuto. È la mia scelta personale e la mia strada per l'equilibrio.

La gente sogghigna quando dico che studio letteratura e potrei anche venire pagata per continuare a farlo. Io più che sogghignare piango. Perché so che se io vengo pagata per studiare letteratura, è perché altri mille (mille? Naturalmente di più) vengano pagati per non farlo. Se studiassimo tutti letteratura come faccio io, nessuno lavorerebbe né saprebbe riparare una bicicletta. Ma molti sarebbero disturbati da una crisi personale chiaramente definibile come la mia. Quello che la mia famiglia mi ha garantito senza rendersene forse conto è una stabilità di prospettiva, più che la promessa di stabilità economica. Questa stabilità di prospettiva è data dal fatto che il mio studio e il mio lavoro confluiscono, in una realtà qual è quella odierna occidentale in cui studio e lavoro confluiscono solo se il lavoro di una persona è studiare. Che poi lo studio  implichi un lavoro di autocritica e di sociocritica, è un evento probabile solo qualora quello che si studia lasci lo spazio ad un pensiero critico e non strettamente meccanico, dialettico e non strettamente sequenziale. Infine, perchè lo studio implichi credere nella sociocritica e nell'autocritica prodotte, dipende dalla singola persona. Da quanto privilegiata è, da quanto inutile è condannata ad essere.

La verità è che lo studio accademico è solo un catalizzatore per la riflessione, la sega mentale, o la coscienza critica, in un'epoca di alienazione da sé stessi e di mancanza di rispetto per la propria singolarità (e, poi, di quella degli altri forse pure). Le seghe mentali, di per sé, stanno avvolte attorno alle nostre teste in qualsiasi momento del giorno. Dispiegare la sega mentale dal cranio per stenderla su un tavolo ed osservarla è pratica comune. Nel mio caso specifico, dare delle interpretazioni alla sega mentale è stato possibile grazie all'istinto di osservazione, un istinto animale spacciato dalla società occidentale come “buona capacità di critica e sintesi,” e validato da un sigillo dell'istituzione accademia stampato sopra. Questo sigillo mi ha ghettizzata come studentessa di letteratura, e ora cerca di contenere la mia consapevolezza dentro il riassunto e la critica di un romanzo, con la speranza che io possa rinchiudermi a lavorare come correttore in una casa editrice. Io invece aspiro ad essere più precaria e libera sto cercando un altro modello. La consapevolezza che mi sono presa a caro prezzo non sarà svenduta ad un sistema marcescente non fosse altro perché finirei per essere schiava della logica ricattatoria che aiuta questo sistema a riprodursi, e a farci impazzire credendo di essere noi i pazzi contro una definizione di normalità che tendenzialmente siamo portati ad accettare, più che a decidere che ci sta bene o che ci sta male.

Una cosa a cui mi hanno fatto credere, ad onore del vero, e per rendere a Cesare quel che è di Cesare, è che con lo studio avrei potuto fare qualcosa di buono. È un concetto così cattolico. È un concetto così poco problematicizzato, è un concetto così ingenuo. Amo chi me ne ha convinta, perché in questo concetto rimarrà sempre tutta la mia purezza. Eppure, non potrò fare veramente qualcosa di buono con lo studio, perchè il concetto di buono è anch'esso molto relativo. Non mi arrogherò il diritto di decidere cosa è Buono. Né ripeterò l'errore-vizio della nostra società, di insegnare agli altri quello che già sanno di loro stessi. Mi arrogherò il diritto di scegliere cos'è buono per me, dicendo cosa non è buono per me. Posso dire che non è buono che le presenti condizioni economiche e sociali non lascino spazio a ciascuno di noi di difendere il proprio istintuale diritto alla felicità. Ci sentiamo inadatti, ci sentiamo sbagliati, ci sentiamo frustrati – per sentirci inadatti, sfruttati, e sbagliati dobbiamo per forza definirci tali rispetto a qualcosa.

Rispetto a cosa ci definiamo sbagliati e inadatti. E rispetto a cosa non lo facciamo.

Ci ho messo due anni a capire che questo era uno dei (numerosi) problemi contemporanei. Abbiamo sconfitto, in occidente, la supremazia ideologica delle religioni. L'abbiamo fatto, così ci raccontano, perché le religioni erano dogmatiche, e ci imponevano un modello comportamentale costringendo la nostra libertà di capire cosa fossimo nella nostra individualità, con i nostri impulsi, desideri, con la nostra creatività. Abbiamo sostituito alle religioni un qualcosa che si proponeva di essere lo spazio in cui l'individuo avrebbe potuto conoscersi ed esprimersi. È stato così. È così. Ma non è stato così. E non è cosi. Il sistema odierno, nella sua complessità, si basa su delle premesse semplici, come per l'appunto salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Dopodiché, l'individuo può essere ciò che vuole in un sistema che gli pre-esiste, e sul quale ess@ non ha grandi possibilità di intervento. Le nostre possibilità di intervento sul sistema esistente vanno rapportate alla nostra possibilità di intervento su noi stessi. La sensazione di paura e terrore a non poter essere quello che vogliamo, o a non sapere cosa vogliamo essere, è un indice del fatto che il sistema in cui siamo inseriti ci insinua nella testa delle scale di valori e dei modelli che noi tendiamo ad accettare a-criticamente, ma con i quali ci mettiamo in tensione perché i nostri desideri ed i nostri istinti non necessariamente combaciano con i valori che il sistema sostiene; anzi, spesso vengono repressi e frustrati. Dire Il sistema sostiene questi valori è una semplificazione, poiché allo stesso tempo i valori stessi (e la loro promozione nelle nostre teste) permettono al sistema di esistere.

Il sistema è diventato una forma di religione.

Il sistema è diventato una dogmatica infusione di valori proposti da una struttura storica, economica, ideologica, filosofica che elimina la possibilità di correzione e cambiamento. Quindi, l'individu@ può sentirsi frustrato, impanicato, depresso, scoraggiato, e accettare di rinunciare al proprio equilibrio per un equilibrio confezionato e, soprattutto, disequilibrato.

Nel frattempo, ci avevano raccontato che eravamo liberi e noi ci avevamo creduto. Alcuni di noi ci hanno creduto abbastanza per arrivare a concretizzare dei sogni e delle passioni che risalgono all'età in cui sembra che sia ancora tutto possibile. Queste persone sono alcuni tra i nuovi modelli che io ho scelto per me. Delle persone che mi hanno mostrato di saper aderire alla loro passione, la passione essendo l'espressione di quello che c'è di libero in loro. Mi sembra che la passione sia il compromesso tra desideri individuali e oggetti esterni, qualsiasi cosa questi oggetti siano (valori, idee, strumenti, suoni, storie, mode). La passione è la minaccia di qualsiasi sistema dogmatico, e si esprime attraverso la creatività. Ed è ciò che si deve difendere dalla frustrazione.

Studiando ho trovato che c'erano degli altri modelli che mi potevano ispirare.

Venivano da lontano, spesso, e avevano vissuto delle vite diverse dalla mia. Incomparabilmente più difficili. Mi hanno fatto riflettere sulla libertà e sul suo valore, nonché sul suo essere un concetto relativo anch'essa. Ho notato che la libertà è innanzitutto la libertà da un modello imposto dall'interno ed accettato acriticamente. Ho notato quindi che la libertà è libertà dai pensieri angosciosi, che scaturiscono dal fare troppe rinunce ottenendo troppo poca felicità. Mi sono chiesta cosa fosse la felicità, e quale tipo di libertà la potesse garantire. La mia libertà di mantenuta con obblighi morali verso chi credeva di avere il modello giusto per la mia felicità mi ha fatto capire che di vera libertà non si trattava. La consapevolezza della necessità di liberarmi in qualche modo di questi obblighi morali per essere più libera mi ha fatto capire che la felicità non è un fine solitario e individuale quanto lo è la strada per raggiungerla. Quindi, la libertà mi è sembrata un fatto negoziabile e comunitario, e la felicità un orgasmo conclusivo e perfetto, distante da vincoli non decisi e realizzata nella libertà di essersi scelti il partner giusto, il giusto altro alla cui concezione di libertà e felicità mi sottopongo volentieri, e che si sottopone volentieri alla mia concezione di libertà e felicità. Il sistema demonizza l'altro perché l'altro è una pedina da sconfiggere e non una realtà da tenere in considerazione quando si decide come ottenere la propria felicità.

Io sono uno degli altri per il sistema, il sistema lo è per me.

Il mio altro è il sistema attuale che mi sembra forse il peggiore e più subdolo di tutti i dogmatismi. Il più impercettibile, e quello che ci sta fottendo meglio, perché quello più nascosto. Più che studiare per fare riassunti, studio per rendere credibile quello in cui ho sempre creduto, la difesa della mia libertà di essere felice come un fatto comunitario, anarchico e consapevole. Propongo di credere nei modelli che ci si sceglie, non in quelli che ci si beve. Ricordo di (r)esistere.

E comunque, tutto questo l'ho scritto nella camera da letto. Che brucino salotto e cucina.

giovedì 16 febbraio 2012

la spiritualità nostrana secondo il vangelo di una guardia svizzera aka racconto #3.

Santo padre. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, santo padre.

Beh, modestamente, signor adritano celenano.

Sua santità.

Signor celenano.


Singor celenano?

Sì, santo padre?

Perché dice?

Ma santo padre, non lo sa da sé?

Beh, immagino di sì, ma mi piace sentirmelo ripetere.

Vede, santo padre, lei continua con estrema abilità a cagare sulla testa della gente.

Come come, amico mio? Vorrei, ma rischio le fruste del nostro signore.

Ma lo fa già, santo padre.

E come lo farei, signor celenano?

In molti modi, signor santo padre.

Mi illumini.

Con piacere. Lei ha felicemente aderito ad un progetto che ci ha confusi tutti, per secoli.

Lei è un complottista, signor celelano?

No, mi lasci dire.

Prego, che dio la benedica.

Grazie, che dio la protegga. Dicevo. È semplice. Lei rappresenta lo spostamento della rettitudine dalla mente alla bocca. Dalla convinzione alla propaganda. Dalla consapevolezza al dogma. Ha contribuito a dare alla gente una scusa per scaricare la responsabilità di sé, e appassionarsi alla lamentela e alla servitù.

Io?

Sì lei.

E lei allora? Che promette via cavo la vita dopo la morte, non abbindola anche lei i totosanremesi con facilonerie abbiette? Non li distrae dalla vita qui ed ora?

Beh. Non ho mica detto di essere perfetto.


Signor celenano. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, signor celenano.

Beh, modestamente, signor santo padre.

Signor celenano.

Sua santità.

racconto #12895.

Il mio appartamento oggi non si aspettava che io rimanessi in casa tutto il giorno. Ma io non potevo uscire, anche se sarei voluta andare a scementificarmi le gambe e a fumare la decima sigaretta fuori dalla cucina che ormai era diventata un posacenere. È stato di fatto il posacenere il primo oggetto che si è lagnato durante la tortura claustrale che sembrava non voler finire mai.

Le tre stanze e il corridoio si erano riempite della mia insofferenza, e avevo un mal di testa patetico, la mia testa era si era decisamente inacidita e si stava rivoltando contro di me e contro lo schermo del computer. Gli occhi pure, mi bruciavano. Di base tutto l’insieme del mio corpo partecipava, cooperativamente, all’insofferenza della testa, non avevo parlato con nessuno per ore e ne stavo risentendo.

Stavo per addentare la tastiera quando ho sentito il posacenere cominciare a lamentarsi che

Mmerda di vita ripetitiva che faccio.

E la tazza che non cambiavo da giorni e che continuavo a riempire di acqua calda sempre sopra la stessa bustina di tisana rispondere che

Siamo tutti nella stessa situazione radicati su noi stessi come sempre e

Non annoiarci con le nostre stesse angosce esistenziali, lo straccio che uso per asciugare i piatti il pavimento o il tavolo aveva sporcato la frase.

Siccome non stavo veramente capendo quello che dicevano, ho cominciato a concentrarmi sul fatto che mia nonna avrebbe pianto a sapere che quello straccio, lo usavo per i piatti il pavimento o il tavolo.

Che schifo, aveva detto la tazza, e io avevo pensato, mia nonna farebbe la stessa osservazione, ma ho lasciato subito cadere la mia riflessione perché ho sentito distintamente, distintamente, il pane di campagna cominciare a polemizzare sul fatto che

Cosa ne pensate del fatto che sono uscito due giorni fa dalla bottega caldo di parto, ma senza sapere veramente dove sarei finito, e non ho nemmeno avuto il tempo di angosciarmi per questo aspetto incontrollabile della mia situazione che già ero incastrato tra le dita di questa, ora sono qui duro come una roccia e mi mancano dei pezzi che non ho idea di dove siano finiti, domani non so se ci sarò e non so dove sarà la crosta e dove la mollica,

pensavo che ero d’accordo con lui. In effetti, era da qualche giorno che rifiutavo di affannarmi per le stesse ragioni, soprattutto perché

e a roba pèso xe che no so se finirò nee scoasse o nel so stomago. Scoasse o stomago? Cossa xe péso? Cossa xe mejo?

Lo fissavo intensamente odiandolo per la lucidità dei suoi ragionamenti. Poi mi è arrivato un brontolio basso dalla sala. Io ero in cucina, così ho tirato l’orecchio. Avevo molto mal di testa ma potevo tirare l’orecchio abbastanza per impicciarmi.

Io vorrei vedere fuori guardare almeno il palazzo di fronte e invece vedo solo culi che mi si spalmano contro. Non è un vero problema, ma la mia immobilità mi annoia. Vorrei avere altre aspettative oltre a indovinare che tipo di culo mi si appoggerà sopra la prossima volta. E spesso è sempre lo stesso, quindi non ci sono grandi sorprese, non che mi lamenti ma

Era la poltrona probabilmente. La poltrona della sala è molto soffice. E ora viene fuori che ha una rassegnazione accomodante. È molto soffice, pensavo che doveva essere la poltrona, anche perchè è vicina alla finestra, ma le rivolge drammaticamente il fianco.

Si interrompevano a vicenda e si parlavano sopra, ogni tanto si maledivano e si insultavano, altre volte erano concilianti

No nemmeno io mi la mento

Sempre dalla sala, tendevo l’orecchio un po’di più perché i volumi mi stavano aumentando attorno

Alla fine siamo qui, siamo in quattro, abbiamo la stessa vita, facciamo le cose assieme, non c’è varietà ma ci siamo, siamo uguali, siamo uguali identiche e ci siamo.

Le sedie del salotto. Quattro sedie impolverate per via della mia pigrizia, tutte uguali ma con macchie o buchi di tarli in punti diversi. Anche io volevo una comunità come la loro, di uguali persuasi ma diversi di fatto. Odiavo anche loro perché avevano quello che io non avevo e che volevo. Almeno nella solitudine imposta dalle cricostanze di oggi.

Prima che il mio appartamento cominciasse a parlare, avevo sbevazzato la terza tazza di tisana del mio pomeriggio immobile. Dovevo pisciare, ero piena d’acqua, così mi sono trascinata stralunata grattandomi una spalla verso il bagno. Ho fatto scorrere la porta ho alzato la felpa abbassato le mutande e mi sono lasciata crollare sulla tazza del cesso. Ho pisciato e già che c’ero ho pure cagato. E la tazza giustamente ha mandato a fare in culo l’intero appartamento. Allora per dimostrarle il mio supporto, e anche un po’di riconoscenza, le ho acceso una candelina profumata accanto, e tutte e due hanno cominciato a discorrere pacatamente di concetti non esistenziali.

Sono uscita dal bagno, e sono tornata in cucina. Nell’appartamento ora si era fatto silenzio, c'erano solo la mia alienazione di prima, e il mio stupore di dopo. Così ho preso il pane e gli ho fatto una sorpresa, o un dispetto, l’ho messo in freezer e l’ho congelato.

martedì 14 febbraio 2012

L'ospizio del "Non E' mai Troppo Tardi." aka racconto #2.

Signora illusione.

Buondì. Sono signora illusione. Sono il tuo giocattolo preferito. Ti faccio dilazionare le scelte che non ti piacciono. Ti stimolo pensieri creativi ma ti permetto di non realizzare i progetti che ti si formano in testa. Sono solo delle illusioni e tanto ti basta sapere, per limitarti ad ammirarli, poi metterli da parte, e ricominciare a guardarli quando non hai voglia di pensare che quello che stai facendo non ti piace.

Signor vittimismo.

Buon pomeriggio. Sono signor vittimismo. Sono un buon compagno di strada. Ti ispiro pensieri di giustificazione e ti cullo nella certezza che il mondo ti è ostile. Ti appoggio quando sostieni che la realtà non ti lascia scelta e ti conforto spiegandoti che tutto quello che vivi, ti è stato imposto dall’esterno. L’esterno è una matassa di fatti che sono tenuti fuori dalla tua portata, ti spalleggio se vuoi gettare la spugna e adattarti ai piccoli angoli liberi che restano attorno alla tua ombra.

Signor rifiuto.

Buona sera. Sono signor rifiuto. Sono il saggio che ascolti talvolta e spesso fraintendi. Ti suggerisco di assaltare le ore sul fianco che hanno più scoperto e ti provo a convincere che la tua vista è abbastanza buona per trovare l’incrinatura che può farti avanzare verso dove senti di dover andare. Ti provoco ad essere provocatore e ti incito a disprezzare quello che ti fa star male ma poi succede che tu colga in questo una spinta verso il bene a tutti i costi e così ti ritrovi a piangere per scelte che credevi indovinate.

Signora speranza.

Buona notte. Sono signora speranza. Sono quella con cui vai sempre a dormire, alleggerendoti il cuore. Ti faccio sperare che domani saprai trovare il tuo equilibrio, più di quanto tu non sia riuscit@ a fare oggi. Ti gratto il cervello a ogni calare del sole, sperando di toglierci un po’di vittimismo, fare spazio a un po’ rifiuto, farti pacificare con le tue illusioni che almeno nel sonno diventano più vere. Ti sostengo se credi che domani saprai farne uscire qualcosa di grande.


Così recitavano a ripetizione i quattro anziani dell'ospizio di fronte alla nostra scuola, disposti in riga sull'erba marcia. Poi arrivava sempre l'infermiere Cristiano a portarli dentro, perchè era l'ora dei tranquillanti.

mercoledì 8 febbraio 2012

racconto #12896.

Li vedo, sono uno sbirro e un barbone. Dall’altro lato del binario. Lo sbirro si è avvicinato, ha guardato il barbone, il barbone l’ha fiutato di rimando. Allora lo sbirro ha fiutato il barbone, e il barbone l’ha guardato di rimando. Si sono studiati così per un po’, ignari del fatto che io nel frattempo li stavo osservando entrambi. Il barbone è un tizio di mezza età e lo sbirro sembra un ragazzetto. Lo sbirro si siede accanto al barbone, si guardano di sottecchi. Io ho l’impressione che possano cominciare a parlare da un momento all’altro, quindi cambio binario della metro e mi metto a oziare davanti a loro. Mi guardano entrambi il culo. Io parlo in italiano al telefono spento, li rassicuro implicitamente sul fatto che probabilmente se parlano in dialetto, li capirò poco.

Lo sbirro dice in dialetto, ah le femmine.

Il barbone risponde in dialetto, a me piacciono poco, mi fido più degli uomini.

Allora lo sbirro tace un po’ ma poi risponde, le femmine vogliono farti fare quello che dicono loro.

Il barbone risponde, quando gli uomini non vogliono far fare a loro quello che dicono loro.

Lo sbirro, un po’stupido in quanto sbirro, è confuso, e chiede, ma loro chi?

Allora il barbone dice, non importa.

Lo sbirro soppesa un po’le parole del barbone, e poi gli domanda, perché tu ti fidi di più degli uomini?

Il barbone, preso in contropiede dalla memoria di ferro dello sbirro, ma non dalla mancanza del lei di cortesia (anzi, del voi di cortesia) nella sua domanda, dice, mi fido più degli uomini perché so cosa aspettarmi da loro.

Lo sbirro, che sta cominciando a scambiare il barbone per un superiore di grado, confuso un po’dalla sua età, un po’dal suo tono paterno, cerca forse di far propria un po’di saggezza, e apostrofa ancora il compagno, chiedendogli, perché sai cosa aspettarti da loro?

Il barbone, uomo di mondo, annusa la puzza di latte che lo sbirro emana e, probabilmente deciso a godersi questi tre minuti di rara genuinità in divisa, gli risponde. So cosa aspettarmi dagli uomini, perché gli uomini hanno il potere che si vede, e che se non si vede si indovina. Il potere di chi ha sempre avuto il potere. Le donne, invece, hanno il potere di chi è relegato ai sotterfugi. C'è margine per essere più scaltre.

Lo sbirro, reverente di fronte alla saggezza del barbone, spera di darsi un tono maturo e spaccone commentando, meglio tenersele per quello che hanno di buono le donne, come il culo di questa qui.

Così mi giro, e lo ringrazio. Poi mi rivolgo al barbone, lo prego di andare avanti ad istruire il ragazzetto, per il bene della legge, dell’ordine, e della comunità, e del sistema. E per finire salgo in treno, e vado a prostituirmi al Bois de Vincennes, chè non ho soldi per pagarmi l’affitto. Tanto sono dal lato buono del binario.

racconto #1.

Smettila di mangiare così. Non stai mangiando per fame. Stai mangiando per golosità ***porco."

Gli lancia un vaso addosso, un vaso di plastica. Lui si mangia anche quello, per dispetto.

Non è possibile, sei malato.

Si mangia anche il sei malato, un unico boccone assieme a una delle tre uova sode pescata da un piatto di uova sode e pane.

Non posso smettere.

No, non vuoi smettere.

Ma se smetto, non c’è niente che mi soddisfi.

Lei va lì, e butta per terra il suo piatto, poi cammina anzi marcia sopra le uova e il pane. Il pane si appiattisce e le uova le rimangono incollate alle suole. Lui fa per piegarsi, per mangiare il giallo del tuorlo rimasto incastrato nel carro armato delle sue scarpe. Lei lo allontana colpendolo con un calcio sul naso. Lui lo riceve a bocca aperta, e riesce a staccare qualcosa dalla punta di gomma di lei.

Lei urla, non ci può credere. Lui sogghigna, si caccia in bocca il pane stirato dalla foga di lei.

Fai schifo merda***! Fai schifo!

Lui la guarda e le dice, sputando briciole masticate e recuperandole, quando riesce, oh ma tu, checchai, paura di ritornare anche te a fare così se mi guardi?

Lei se ne va in un’altra stanza, rabbiosa, e comincia a camminare in tondo, sempre più veloce e sempre più agitata. Piange di rabbia, si ferma, colpisce la parete con un pugno, si ferisce, comincia a succhiare il sangue che esce dalla nocca. Lui spunta dalla porta, la testa tonda, gli occhi spalancati, il naso dolorante ma attento, le chiede se può assaggiare anche lui un po’del suo sangue. È una provocazione, lei non la regge, agguanta una sedia, gliela prova a sfasciare addosso, ma lui se la mangia, e riprende a fissarla con un po’di supplica e un po’di divertimento negli occhi.

Lei si ferma, sorride, ride, gli promette che se esce, gli farà avere i dolci di carnevale che mangiavano da piccoli. Glielo giura. Lui esce.

Passano delle ore. Lei sta leggendo, tiene il libro con una mano perché l’altra le fa male. Lui entra nel salone e disapprova con la testa.

Che cazzo di problema c’è dice lei.

Smettila di leggere così. È perché non hai altro da fare. Ti fa male. Esci.

Lei lo guarda, guarda il libro, guarda sé stessa nello specchio, poi riguarda lui, e gli lancia il libro addosso. Lui lo schiva e il libro scivola giù dalle scale atterrando in un vassoio di salatini unti.

Porco***, dice lei, che ha seguito la traiettoria del libro da dietro la spalla di lui, dopo essersi precipitata dietro la sua scia quando ha capito che lui non se lo sarebbe mangiato.

Che schifo. Mi fa schifo. Ora rimane con delle chiazze unte.

Lui le prende la testa tra le mani e gliela scuote. Le dice,

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu legga così.

Lei allora cerca di infilargli due dita in gola e gli fa l’eco

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu mangi così.

Lui è quasi tentato di staccarle le dita, ma preferisce evitare scene di cattivo gusto. Così si sfila la sua mano dalla bocca, scende, le lancia dietro il libro, si beve la teglia di salatini. Rutta ed esce.