venerdì 31 agosto 2012

L'attacco della ex-schiava


Ho sentito l’attacco di una ex-schiava, fuggita da una piantagione; la schiava lanciava questo attacco a due diversi obiettivi: il padrone; e lo schiavo domestico, che non difende il servo della gleba dal padrone perché il padrone concede allo schiavo domestico uno stile di vita  apparentemente accettabile. Naturalmente, la ex-schiava diffidava di tutti, ma detestava più ancora del padrone lo schiavo domestico, inconsapevole ma giudicatore, libero ma venduto. Infatti, lo schiavo domestico era per lei non salvabile, ma nemmeno riducibile a un vero nemico. Quindi, per l’ex-schiava lo schiavo domestico era un incubo incomprensibile.


l’appello che faccio alla feccia che occhieggia attraverso il cancello guardandomi fuori dal dentro è che sento che fuori sto meglio da sola difesa da ogni pretesa di falsa passione a cui preferisco l’opzione di creare e covare il mio bene, che forse conviene più che aspettare la poca fiducia che vi voglio dare. Rimango delusa soltanto dal pianto del mio stesso senso di fallimento quando mi pento di essere dura con l’unica parte di me che cura il rispetto per il sorriso bastardo di un volto sacro e codardo che ha venduto il suo naso a stronzate narrate a un cervello sedato e seduto sul proprio fiuto dimenticato. Mi mangio un cenno del tuo senno preferendo l’orrendo piacere di credere che sia meglio desistere e resistere su una scala più generale dove mi faccio male per scelta personale accettando che mi consideri stronza chi conosce la mia testa meno di quanto realizzi lo stato impostato del suo vivere colonizzato. La merda che prendo da chi ha avuto il mio tempo a suo uso e consumo è solo un abuso confuso di forza che scuote la scorza dura da cui si dibatte chi ha piacere ad avere paura immobile nel guscio fragile e masochista dello schiavista succube. Decisa che non avevo niente da perdere a morire, mi prendo il lusso di temere che vivere sia una scelta tra lottare e tacere spaventandomi in ogni momento di dire meno di quello che penso per quanto sia denso il livello di stronzate che tu vuoi sentire in queste frasi rimate. Mentre mi guardi ridendo da dentro il cancello ti mollo il fardello di concretizzare quanto infame è la tua rabbia da uccello in gabbia.


L’ex-schiava inoltre sosteneva che queste rime di sfida e di sfiducia fossero state anche ispirate dall’atroce abbandono subito dal suo amante che, rimasto nella piantagione, la aveva ipocritamente e vigliaccamente accusata di tradimento e di abbandono.

martedì 26 giugno 2012

La Storia Sconosciuta del Coinquilino Meccanico


Coinquilino, con quella testa prematuramente calva impiantata su un corpo magro dalle anche larghe, mi hai svuotato la casa di tutto, compresi i detersivi con cui dovrei pulire il mio appartamento sporco. Perché invece di raccontarmi delle tue noiose imprese in parapendio non mi spieghi la storia della tua avarizia? Un giorno mi hai raccontato che ti diverti ad attraversare l'aria spinto da un'elica fissata sul culo, e qualche settimana dopo dicevi che, sbagliando, avevi fatto incastrare i fili del paracadute nelle pale dell'elica, e così avresti dovuto ricomprare tutto. Ecco perché sei tirchio, fai idiozie e poi lasci a me pagare il conto. Mi fai un po' ridere. Sabato dovevi andare a vedere un circo a Versailles, ma ti saresti dovuto sedere sull'erba. Ciononostante, hai deciso di indossare degli abiti che consideravi eleganti, dei pantaloni mafiosi gessati, neri, una camicia a righe bianche, e delle scarpe appuntite e verniciate, nere. Guardavo sconfortata i tuoi jeans dalla vita ampia, adatti a calzare un bacino troppo largo rispetto alle strette spalle che ti ritrovi; erano abbandonati sulla poltrona, la stessa che oggi ho trovato sul marciapiede tornando a casa, un rifiuto tra i rifiuti che sforni. Passavo lo sguardo dalle tue scarpe di pelle, vigliaccamente inguardabili, minacciose ed affilate fuori dai pantaloni, alle tue scarpe di tela, sformate dal tuo piede largo e aperte sul pavimento. Poi ti guardavo in faccia, e ti vedevo incerto e contento della tua scelta di quegli abiti formali che ben avrebbero presentato il tuo scialbo corpo unto nella ricca enclave francese. Un bambino patetico e un promettente burocrate.

Non sei cattivo, hai solo una pragmatica tendenza alla stupidità. Ci siamo conosciuti che rimpiangevi la ragazzina con cui eri stato a lungo, e che avevi respinto perché all'avanzata età di ventun anni non aveva ancora deciso di consacrare la sua vita a qualche creativa ambizione come la tua, aprire un macdonald in centro città. Non potevi certo passare la vita con una depressa attrice mancata, che perdeva le sue giornate in casa, scioccata di fronte all'inganno brillante del nostro mondo e delle sue promesse vuote. Avevi fretta di farti uomo, e non sapevi nemmeno amare, né ti era ben chiaro cosa fosse un uomo, una donna, un amante, o un orgasmo. Ti compatisco, caro coinquilino, ma ti ringrazio per avermi infestato la casa con la tua presenza simbolica, manifesto tutto quello che non voglio mai essere nella vita mia. Avrei voluto comunque che mi spiegassi da quale angolo difficile della tua storia arrivano i tuoi sogni arrivisti e monotoni. Magari questo mi avrebbe resa meno rigida nella reazione al tuo alito sterile e frigido.

martedì 22 maggio 2012

racconto #sette aka La Finta Storia della Buonanotte


Ho visto due amanti correre verso una falesia e buttarsi di sotto. Scappavano dalle guardie, non so che ne sia stato di loro, ma so di per certo che sono diventati proverbiali per aver lasciato i legislatori alle loro catene. Secondo quello che mi è stato spiegato, i legislatori tentavano di corrompere l’intuito degli amanti, facendoli ragionare sull’incompatibilità delle loro differenze. Asserivano che, a logica, ognuno avrebbe dovuto seguire un cammino diverso, per preservare il proprio equilibrio dalla distruttiva influenza dell'altro. Erano quasi riusciti a convincerli, quando gli amanti sono scappati diventando dei creativi provocatori dell’ordine stabilito. Nessuno dei due amanti è divenuto il legislatore dell’altro, e pare che nessuno dei due si sia mai dovuto assimilare all’intuito dell’altro. Dal momento che però, così facendo, i due amanti erano finiti per simboleggiare l’anarchia più di quanto non lo faccia una a cerchiata, la fuga è stata necessaria, ma la loro morte rimane un dubbio.

venerdì 27 aprile 2012

Tra Parentesi


Prima, ha guardato fuori dalla finestra e, poi, ha aperto la finestra. Ha respirato l'aria con gli occhi chiusi immaginando quello che aveva visto prima attraverso i vetri. Alcune case, poi un sacco di spazio violaceo per la luce del mattino e l'umido della terra; dietro in fondo, le montagne e sopra alle montagne, sopra all'umido viola il cielo pulito. Si immerge con la testa nell'aria che respira e che contiene tutti quei dettagli ne diventa parte, pensando alle sue mani. Che la prendono ai fianchi, premendo i lati del pube. Sente la passione di quel gesto e il gesto fa parte dell'energia al cui centro lei è precipitata annusando l'aria dalla finestra aperta. La abbraccia attorno alla vita. La stringe. Le sta dietro. Lei, gli sta dentro. È libera di ammettere che amarl* la libera. L* vorrebbe lì ora. Eppure è vero benessere quello in cui si trova ora, distante dal suo abbraccio col suo abbraccio su di sé e uno spazio immenso per fare della sua giornata ciò che vuole. L** arriverà presto e per ora ce l'ha comunque addosso.

mercoledì 25 aprile 2012

R-esistenza


Mi trascino attraverso il corridoio tra la cucina e la sala, la sala e la cucina. Quando sono in cucina la sala ha un certo richiamo, promette di essere una cava stimolante in cui poter trovare la creatività necessaria per scrivere il riassunto di un romanzo che aspetta di essere scritto da tre giorni. Quando sono in sala la cucina ha un richiamo ancora più forte, assicura di essere un utero nutritivo, dove sfogare la frustrazione creativa nella falsa soddisfazione data dai gusti inesistenti dei cibi senza gusto che compro per risparmiare soldi e scoraggiare i miei istinti bulimici.

Il corridoio è luogo di lucidità. È nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in sala se non ho voglia di scrivere cose non creative come il riassunto di un romanzo; è sempre nel corridoio che mi domando che senso abbia andare in cucina se oltre a non avere fame ho anche lo stomaco corroso da cibi sintetici mangiati alla ricerca ossessiva di un inesistente appagamento dei sensi. Il corridoio è il luogo di lucidità e onestà intellettuale, in cui inevitabilmente ricado nella triste consapevolezza di essere una stronza annoiata, con sinceri istinti di cambiamento, e bloccata in un altrettanto sincera impossibilità di cambiare. Mi hanno messa qui, in questo corridoio tra la sala e la cucina, in questo appartamento in questa città in questo paese in questo continente, con le migliori intenzioni di questo mondo. L'hanno fatto per garantirmi un lavoro, l'hanno fatto per evitarmi la galera, l'hanno fatto per semplificarmi la vita, l'hanno fatto per proteggermi dalle difficoltà. Ma non hanno tenuto in considerazione tutti i fattori che impediscono ad un piano perfetto di essere perfetto; hanno pensato ad un'utopia; e me l'hanno voluta imporre. Ora (per fortuna) me la devo sbrigare da sola, come posso, nel mio paradosso personale che quando occupa troppo i pensieri può diventare una personale galera. La galera del più libero dei mondi possibili in cui, senza saperlo, mi hanno tenuta custodita e protetta da schemi mentali che non dovevano diventare il mio.

Devo fare il riassunto di un romanzo, che servirà ad aprire il secondo capitolo di una tesi che mi serve concludere per concludere l'anno conclusivo dell'università. Una volta ottenuto il titolo conclusivo, sarò in equilibrio su un filo che potrebbe arrivare all'estremo opposto di dove parto, o rimanere sullo stesso lato da cui mi sono precariamente installata sul filo. Il lavoro sicuro. Il futuro protetto. La mia famiglia mi ama, e io sono una paracula immensa. Siamo in anni di crisi, e io, aristocratica figlia di contabili ed operai, mi vedo consegnate in mano le chiavi del mondo dorato della stabilità. Sono il loro sogno. Loro non sanno, invece, di essere il mio.

Non mi hanno dato nessuna stabilità, perché la stabilità credo si conquisti, non credo si riceva. Loro se l'erano conquistata, anni addietro.

Sono qui, guardo schifata il computer, non posso riassumere un romanzo che parla del razzismo in Europa negli anni venti. Posso scriverci un articolo o un saggio, posso saltare direttamente all'analisi, posso chiedere a rai 3 di lasciarmi fare un intervento sul tema, posso sperare che qualcuno al di fuori di me trovi un qualsiasi valore nelle cose che il romanzo ha da raccontare. Posso proporre di fare una rivoluzione a partire dal romanzo. Invece sono annoiata, in una sala a nord di Parigi, a pensare alla mia condizione di mantenuta in una città che non mi piace. E mi hanno fatto osservare che permettersi di dire che Parigi non piace è una constatazione da borghesi. Davvero curioso, visto che trovo Parigi detestabile per l'aria borghese che la inquina, in  cui non riesco e non voglio integrarmi. Un'aria mefitica, un'aria improduttiva. Non sono tempi creativi, sono tempi stagnanti. In questi tempi stagnanti il mio sforzo universitario rischia di invischiarsi, con la benedizione di chi mi ha amata, mi ha sponsorizzata, mi ha facilitata, mi ha incoraggiata. Senza saperlo. Il loro progetto per me è che io abbia il meglio. Ma il meglio, è un concetto opinabile.

Non so cucinare. Per fortuna. Ho difficoltà a scegliere i prodotti giusti per pulire casa, quindi spesso non lo faccio. Non so aggiustare la bicicletta, ma per quello ho un utile manuale anarchico di sopravvivenza cittadina; ammesso che sappia capire dove si collocano le parti della bicicletta, all'interno della bicicletta. Non ho nozioni di informatica, non ho nozioni di economia. Non so seguire bene il mio conto in banca, e la mia soluzione a questo è ridurre le spese a zero, immaginando così di evitare di andare sotto con i soldi. Riducendo le spese a zero, prendo la metro abusivamente fino a che non mi salassano con quaranta euro di multa, o rubo pomodori al supermercato fino a ieri, quando la cassiera si è accorta che il prezzo pesato corrispondeva al massimo ad un ortaggio e non a tre. Cerco e trovo lavori saltuari in cui mi sfruttano ma che almeno NON MI permettono di curare il senso di colpa per la mancanza di indipendenza economica da quelli che mi dicono che studiare è il mio lavoro. Spesso mi rendo conto di non avere i requisiti richiesti dai bar. Il che è tutto dire. Non sulla facilità di lavorare in un bar – semmai, sulla facilità di non saperlo fare.

Nel frattempo, so che fuori c'è la crisi. Mi disinteresso da un paio di anni alla politica. La crisi è altro. È una crisi strutturale. È una crisi fondamentale. Nel senso che è una crisi delle fondamenta. Una crisi che risiede al di sotto delle società che ho attraversato, nella loro storia, nelle loro filosofie, nelle loro lotte, nelle loro repressioni, nelle loro conquiste, nelle loro disfatte. La crisi, poi, c'è sempre stata in ogni attimo storico del nostro piccolo quinto di mondo. La crisi c'è sempre nelle nostre teste. Noi ci adattiamo, la società si adatta, nulla progredisce e tutto cambia, qualcuno insegue qualcuno traina. Non ne capiamo veramente troppo, generalizziamo, solo fintantoché abbiamo il culo parato. Poi cominciamo a non trovare lavoro o a perderlo, ci disperiamo, accettiamo perché il nostro istinto ci dice che bisogna pur sempre vivere, e per farlo è possibile accettare qualsiasi condizione. Peggiore è la condizione che dobbiamo accettare, peggiore la crisi individuale, peggiore è la crisi sociale.

La mia crisi individuale è la dipendenza economica; è l'incapacità di fare delle cose concrete e utili nell'immediato, che implicano la dipendenza pratica; la mia crisi peggiore è la consapevolezza che le mie dipendenze sono legate alla struttura sociale in cui vivo, e alla sua storia. Lo studente o il lavoratore, lo sfruttatore o lo sfruttato, binarismi inesistenti che si risolvono in: lo sfruttatore sfruttato. La mia crisi è legata al fatto che le mie dipendenze, che possono apparire come benedizioni ad un occhio diverso, sono in realtà i prerequisiti su cui si basa un universo di problemi che tiene in ginocchio un sacco di noi. Chiunque questi noi siano. La mia crisi peggiore è che i miei studi mi sono stati venduti come la promessa per la stabilità, e tutto quello che ho trovato, fortunatamente, è stata invece instabilità. Ora rifiuto il modello dei miei sponsor perchè i miei studi mi hanno dimostrato che questo modello è la mia galera. Io lo rifiuto. È la mia scelta personale e la mia strada per l'equilibrio.

La gente sogghigna quando dico che studio letteratura e potrei anche venire pagata per continuare a farlo. Io più che sogghignare piango. Perché so che se io vengo pagata per studiare letteratura, è perché altri mille (mille? Naturalmente di più) vengano pagati per non farlo. Se studiassimo tutti letteratura come faccio io, nessuno lavorerebbe né saprebbe riparare una bicicletta. Ma molti sarebbero disturbati da una crisi personale chiaramente definibile come la mia. Quello che la mia famiglia mi ha garantito senza rendersene forse conto è una stabilità di prospettiva, più che la promessa di stabilità economica. Questa stabilità di prospettiva è data dal fatto che il mio studio e il mio lavoro confluiscono, in una realtà qual è quella odierna occidentale in cui studio e lavoro confluiscono solo se il lavoro di una persona è studiare. Che poi lo studio  implichi un lavoro di autocritica e di sociocritica, è un evento probabile solo qualora quello che si studia lasci lo spazio ad un pensiero critico e non strettamente meccanico, dialettico e non strettamente sequenziale. Infine, perchè lo studio implichi credere nella sociocritica e nell'autocritica prodotte, dipende dalla singola persona. Da quanto privilegiata è, da quanto inutile è condannata ad essere.

La verità è che lo studio accademico è solo un catalizzatore per la riflessione, la sega mentale, o la coscienza critica, in un'epoca di alienazione da sé stessi e di mancanza di rispetto per la propria singolarità (e, poi, di quella degli altri forse pure). Le seghe mentali, di per sé, stanno avvolte attorno alle nostre teste in qualsiasi momento del giorno. Dispiegare la sega mentale dal cranio per stenderla su un tavolo ed osservarla è pratica comune. Nel mio caso specifico, dare delle interpretazioni alla sega mentale è stato possibile grazie all'istinto di osservazione, un istinto animale spacciato dalla società occidentale come “buona capacità di critica e sintesi,” e validato da un sigillo dell'istituzione accademia stampato sopra. Questo sigillo mi ha ghettizzata come studentessa di letteratura, e ora cerca di contenere la mia consapevolezza dentro il riassunto e la critica di un romanzo, con la speranza che io possa rinchiudermi a lavorare come correttore in una casa editrice. Io invece aspiro ad essere più precaria e libera sto cercando un altro modello. La consapevolezza che mi sono presa a caro prezzo non sarà svenduta ad un sistema marcescente non fosse altro perché finirei per essere schiava della logica ricattatoria che aiuta questo sistema a riprodursi, e a farci impazzire credendo di essere noi i pazzi contro una definizione di normalità che tendenzialmente siamo portati ad accettare, più che a decidere che ci sta bene o che ci sta male.

Una cosa a cui mi hanno fatto credere, ad onore del vero, e per rendere a Cesare quel che è di Cesare, è che con lo studio avrei potuto fare qualcosa di buono. È un concetto così cattolico. È un concetto così poco problematicizzato, è un concetto così ingenuo. Amo chi me ne ha convinta, perché in questo concetto rimarrà sempre tutta la mia purezza. Eppure, non potrò fare veramente qualcosa di buono con lo studio, perchè il concetto di buono è anch'esso molto relativo. Non mi arrogherò il diritto di decidere cosa è Buono. Né ripeterò l'errore-vizio della nostra società, di insegnare agli altri quello che già sanno di loro stessi. Mi arrogherò il diritto di scegliere cos'è buono per me, dicendo cosa non è buono per me. Posso dire che non è buono che le presenti condizioni economiche e sociali non lascino spazio a ciascuno di noi di difendere il proprio istintuale diritto alla felicità. Ci sentiamo inadatti, ci sentiamo sbagliati, ci sentiamo frustrati – per sentirci inadatti, sfruttati, e sbagliati dobbiamo per forza definirci tali rispetto a qualcosa.

Rispetto a cosa ci definiamo sbagliati e inadatti. E rispetto a cosa non lo facciamo.

Ci ho messo due anni a capire che questo era uno dei (numerosi) problemi contemporanei. Abbiamo sconfitto, in occidente, la supremazia ideologica delle religioni. L'abbiamo fatto, così ci raccontano, perché le religioni erano dogmatiche, e ci imponevano un modello comportamentale costringendo la nostra libertà di capire cosa fossimo nella nostra individualità, con i nostri impulsi, desideri, con la nostra creatività. Abbiamo sostituito alle religioni un qualcosa che si proponeva di essere lo spazio in cui l'individuo avrebbe potuto conoscersi ed esprimersi. È stato così. È così. Ma non è stato così. E non è cosi. Il sistema odierno, nella sua complessità, si basa su delle premesse semplici, come per l'appunto salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Salvaguardare la libertà dell'individuo ad essere ciò che vuole.

Dopodiché, l'individuo può essere ciò che vuole in un sistema che gli pre-esiste, e sul quale ess@ non ha grandi possibilità di intervento. Le nostre possibilità di intervento sul sistema esistente vanno rapportate alla nostra possibilità di intervento su noi stessi. La sensazione di paura e terrore a non poter essere quello che vogliamo, o a non sapere cosa vogliamo essere, è un indice del fatto che il sistema in cui siamo inseriti ci insinua nella testa delle scale di valori e dei modelli che noi tendiamo ad accettare a-criticamente, ma con i quali ci mettiamo in tensione perché i nostri desideri ed i nostri istinti non necessariamente combaciano con i valori che il sistema sostiene; anzi, spesso vengono repressi e frustrati. Dire Il sistema sostiene questi valori è una semplificazione, poiché allo stesso tempo i valori stessi (e la loro promozione nelle nostre teste) permettono al sistema di esistere.

Il sistema è diventato una forma di religione.

Il sistema è diventato una dogmatica infusione di valori proposti da una struttura storica, economica, ideologica, filosofica che elimina la possibilità di correzione e cambiamento. Quindi, l'individu@ può sentirsi frustrato, impanicato, depresso, scoraggiato, e accettare di rinunciare al proprio equilibrio per un equilibrio confezionato e, soprattutto, disequilibrato.

Nel frattempo, ci avevano raccontato che eravamo liberi e noi ci avevamo creduto. Alcuni di noi ci hanno creduto abbastanza per arrivare a concretizzare dei sogni e delle passioni che risalgono all'età in cui sembra che sia ancora tutto possibile. Queste persone sono alcuni tra i nuovi modelli che io ho scelto per me. Delle persone che mi hanno mostrato di saper aderire alla loro passione, la passione essendo l'espressione di quello che c'è di libero in loro. Mi sembra che la passione sia il compromesso tra desideri individuali e oggetti esterni, qualsiasi cosa questi oggetti siano (valori, idee, strumenti, suoni, storie, mode). La passione è la minaccia di qualsiasi sistema dogmatico, e si esprime attraverso la creatività. Ed è ciò che si deve difendere dalla frustrazione.

Studiando ho trovato che c'erano degli altri modelli che mi potevano ispirare.

Venivano da lontano, spesso, e avevano vissuto delle vite diverse dalla mia. Incomparabilmente più difficili. Mi hanno fatto riflettere sulla libertà e sul suo valore, nonché sul suo essere un concetto relativo anch'essa. Ho notato che la libertà è innanzitutto la libertà da un modello imposto dall'interno ed accettato acriticamente. Ho notato quindi che la libertà è libertà dai pensieri angosciosi, che scaturiscono dal fare troppe rinunce ottenendo troppo poca felicità. Mi sono chiesta cosa fosse la felicità, e quale tipo di libertà la potesse garantire. La mia libertà di mantenuta con obblighi morali verso chi credeva di avere il modello giusto per la mia felicità mi ha fatto capire che di vera libertà non si trattava. La consapevolezza della necessità di liberarmi in qualche modo di questi obblighi morali per essere più libera mi ha fatto capire che la felicità non è un fine solitario e individuale quanto lo è la strada per raggiungerla. Quindi, la libertà mi è sembrata un fatto negoziabile e comunitario, e la felicità un orgasmo conclusivo e perfetto, distante da vincoli non decisi e realizzata nella libertà di essersi scelti il partner giusto, il giusto altro alla cui concezione di libertà e felicità mi sottopongo volentieri, e che si sottopone volentieri alla mia concezione di libertà e felicità. Il sistema demonizza l'altro perché l'altro è una pedina da sconfiggere e non una realtà da tenere in considerazione quando si decide come ottenere la propria felicità.

Io sono uno degli altri per il sistema, il sistema lo è per me.

Il mio altro è il sistema attuale che mi sembra forse il peggiore e più subdolo di tutti i dogmatismi. Il più impercettibile, e quello che ci sta fottendo meglio, perché quello più nascosto. Più che studiare per fare riassunti, studio per rendere credibile quello in cui ho sempre creduto, la difesa della mia libertà di essere felice come un fatto comunitario, anarchico e consapevole. Propongo di credere nei modelli che ci si sceglie, non in quelli che ci si beve. Ricordo di (r)esistere.

E comunque, tutto questo l'ho scritto nella camera da letto. Che brucino salotto e cucina.

giovedì 16 febbraio 2012

la spiritualità nostrana secondo il vangelo di una guardia svizzera aka racconto #3.

Santo padre. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, santo padre.

Beh, modestamente, signor adritano celenano.

Sua santità.

Signor celenano.


Singor celenano?

Sì, santo padre?

Perché dice?

Ma santo padre, non lo sa da sé?

Beh, immagino di sì, ma mi piace sentirmelo ripetere.

Vede, santo padre, lei continua con estrema abilità a cagare sulla testa della gente.

Come come, amico mio? Vorrei, ma rischio le fruste del nostro signore.

Ma lo fa già, santo padre.

E come lo farei, signor celenano?

In molti modi, signor santo padre.

Mi illumini.

Con piacere. Lei ha felicemente aderito ad un progetto che ci ha confusi tutti, per secoli.

Lei è un complottista, signor celelano?

No, mi lasci dire.

Prego, che dio la benedica.

Grazie, che dio la protegga. Dicevo. È semplice. Lei rappresenta lo spostamento della rettitudine dalla mente alla bocca. Dalla convinzione alla propaganda. Dalla consapevolezza al dogma. Ha contribuito a dare alla gente una scusa per scaricare la responsabilità di sé, e appassionarsi alla lamentela e alla servitù.

Io?

Sì lei.

E lei allora? Che promette via cavo la vita dopo la morte, non abbindola anche lei i totosanremesi con facilonerie abbiette? Non li distrae dalla vita qui ed ora?

Beh. Non ho mica detto di essere perfetto.


Signor celenano. Lei è un soggetto.

Dice?

Beh, dico, signor celenano.

Beh, modestamente, signor santo padre.

Signor celenano.

Sua santità.

racconto #12895.

Il mio appartamento oggi non si aspettava che io rimanessi in casa tutto il giorno. Ma io non potevo uscire, anche se sarei voluta andare a scementificarmi le gambe e a fumare la decima sigaretta fuori dalla cucina che ormai era diventata un posacenere. È stato di fatto il posacenere il primo oggetto che si è lagnato durante la tortura claustrale che sembrava non voler finire mai.

Le tre stanze e il corridoio si erano riempite della mia insofferenza, e avevo un mal di testa patetico, la mia testa era si era decisamente inacidita e si stava rivoltando contro di me e contro lo schermo del computer. Gli occhi pure, mi bruciavano. Di base tutto l’insieme del mio corpo partecipava, cooperativamente, all’insofferenza della testa, non avevo parlato con nessuno per ore e ne stavo risentendo.

Stavo per addentare la tastiera quando ho sentito il posacenere cominciare a lamentarsi che

Mmerda di vita ripetitiva che faccio.

E la tazza che non cambiavo da giorni e che continuavo a riempire di acqua calda sempre sopra la stessa bustina di tisana rispondere che

Siamo tutti nella stessa situazione radicati su noi stessi come sempre e

Non annoiarci con le nostre stesse angosce esistenziali, lo straccio che uso per asciugare i piatti il pavimento o il tavolo aveva sporcato la frase.

Siccome non stavo veramente capendo quello che dicevano, ho cominciato a concentrarmi sul fatto che mia nonna avrebbe pianto a sapere che quello straccio, lo usavo per i piatti il pavimento o il tavolo.

Che schifo, aveva detto la tazza, e io avevo pensato, mia nonna farebbe la stessa osservazione, ma ho lasciato subito cadere la mia riflessione perché ho sentito distintamente, distintamente, il pane di campagna cominciare a polemizzare sul fatto che

Cosa ne pensate del fatto che sono uscito due giorni fa dalla bottega caldo di parto, ma senza sapere veramente dove sarei finito, e non ho nemmeno avuto il tempo di angosciarmi per questo aspetto incontrollabile della mia situazione che già ero incastrato tra le dita di questa, ora sono qui duro come una roccia e mi mancano dei pezzi che non ho idea di dove siano finiti, domani non so se ci sarò e non so dove sarà la crosta e dove la mollica,

pensavo che ero d’accordo con lui. In effetti, era da qualche giorno che rifiutavo di affannarmi per le stesse ragioni, soprattutto perché

e a roba pèso xe che no so se finirò nee scoasse o nel so stomago. Scoasse o stomago? Cossa xe péso? Cossa xe mejo?

Lo fissavo intensamente odiandolo per la lucidità dei suoi ragionamenti. Poi mi è arrivato un brontolio basso dalla sala. Io ero in cucina, così ho tirato l’orecchio. Avevo molto mal di testa ma potevo tirare l’orecchio abbastanza per impicciarmi.

Io vorrei vedere fuori guardare almeno il palazzo di fronte e invece vedo solo culi che mi si spalmano contro. Non è un vero problema, ma la mia immobilità mi annoia. Vorrei avere altre aspettative oltre a indovinare che tipo di culo mi si appoggerà sopra la prossima volta. E spesso è sempre lo stesso, quindi non ci sono grandi sorprese, non che mi lamenti ma

Era la poltrona probabilmente. La poltrona della sala è molto soffice. E ora viene fuori che ha una rassegnazione accomodante. È molto soffice, pensavo che doveva essere la poltrona, anche perchè è vicina alla finestra, ma le rivolge drammaticamente il fianco.

Si interrompevano a vicenda e si parlavano sopra, ogni tanto si maledivano e si insultavano, altre volte erano concilianti

No nemmeno io mi la mento

Sempre dalla sala, tendevo l’orecchio un po’di più perché i volumi mi stavano aumentando attorno

Alla fine siamo qui, siamo in quattro, abbiamo la stessa vita, facciamo le cose assieme, non c’è varietà ma ci siamo, siamo uguali, siamo uguali identiche e ci siamo.

Le sedie del salotto. Quattro sedie impolverate per via della mia pigrizia, tutte uguali ma con macchie o buchi di tarli in punti diversi. Anche io volevo una comunità come la loro, di uguali persuasi ma diversi di fatto. Odiavo anche loro perché avevano quello che io non avevo e che volevo. Almeno nella solitudine imposta dalle cricostanze di oggi.

Prima che il mio appartamento cominciasse a parlare, avevo sbevazzato la terza tazza di tisana del mio pomeriggio immobile. Dovevo pisciare, ero piena d’acqua, così mi sono trascinata stralunata grattandomi una spalla verso il bagno. Ho fatto scorrere la porta ho alzato la felpa abbassato le mutande e mi sono lasciata crollare sulla tazza del cesso. Ho pisciato e già che c’ero ho pure cagato. E la tazza giustamente ha mandato a fare in culo l’intero appartamento. Allora per dimostrarle il mio supporto, e anche un po’di riconoscenza, le ho acceso una candelina profumata accanto, e tutte e due hanno cominciato a discorrere pacatamente di concetti non esistenziali.

Sono uscita dal bagno, e sono tornata in cucina. Nell’appartamento ora si era fatto silenzio, c'erano solo la mia alienazione di prima, e il mio stupore di dopo. Così ho preso il pane e gli ho fatto una sorpresa, o un dispetto, l’ho messo in freezer e l’ho congelato.

martedì 14 febbraio 2012

L'ospizio del "Non E' mai Troppo Tardi." aka racconto #2.

Signora illusione.

Buondì. Sono signora illusione. Sono il tuo giocattolo preferito. Ti faccio dilazionare le scelte che non ti piacciono. Ti stimolo pensieri creativi ma ti permetto di non realizzare i progetti che ti si formano in testa. Sono solo delle illusioni e tanto ti basta sapere, per limitarti ad ammirarli, poi metterli da parte, e ricominciare a guardarli quando non hai voglia di pensare che quello che stai facendo non ti piace.

Signor vittimismo.

Buon pomeriggio. Sono signor vittimismo. Sono un buon compagno di strada. Ti ispiro pensieri di giustificazione e ti cullo nella certezza che il mondo ti è ostile. Ti appoggio quando sostieni che la realtà non ti lascia scelta e ti conforto spiegandoti che tutto quello che vivi, ti è stato imposto dall’esterno. L’esterno è una matassa di fatti che sono tenuti fuori dalla tua portata, ti spalleggio se vuoi gettare la spugna e adattarti ai piccoli angoli liberi che restano attorno alla tua ombra.

Signor rifiuto.

Buona sera. Sono signor rifiuto. Sono il saggio che ascolti talvolta e spesso fraintendi. Ti suggerisco di assaltare le ore sul fianco che hanno più scoperto e ti provo a convincere che la tua vista è abbastanza buona per trovare l’incrinatura che può farti avanzare verso dove senti di dover andare. Ti provoco ad essere provocatore e ti incito a disprezzare quello che ti fa star male ma poi succede che tu colga in questo una spinta verso il bene a tutti i costi e così ti ritrovi a piangere per scelte che credevi indovinate.

Signora speranza.

Buona notte. Sono signora speranza. Sono quella con cui vai sempre a dormire, alleggerendoti il cuore. Ti faccio sperare che domani saprai trovare il tuo equilibrio, più di quanto tu non sia riuscit@ a fare oggi. Ti gratto il cervello a ogni calare del sole, sperando di toglierci un po’di vittimismo, fare spazio a un po’ rifiuto, farti pacificare con le tue illusioni che almeno nel sonno diventano più vere. Ti sostengo se credi che domani saprai farne uscire qualcosa di grande.


Così recitavano a ripetizione i quattro anziani dell'ospizio di fronte alla nostra scuola, disposti in riga sull'erba marcia. Poi arrivava sempre l'infermiere Cristiano a portarli dentro, perchè era l'ora dei tranquillanti.

mercoledì 8 febbraio 2012

racconto #12896.

Li vedo, sono uno sbirro e un barbone. Dall’altro lato del binario. Lo sbirro si è avvicinato, ha guardato il barbone, il barbone l’ha fiutato di rimando. Allora lo sbirro ha fiutato il barbone, e il barbone l’ha guardato di rimando. Si sono studiati così per un po’, ignari del fatto che io nel frattempo li stavo osservando entrambi. Il barbone è un tizio di mezza età e lo sbirro sembra un ragazzetto. Lo sbirro si siede accanto al barbone, si guardano di sottecchi. Io ho l’impressione che possano cominciare a parlare da un momento all’altro, quindi cambio binario della metro e mi metto a oziare davanti a loro. Mi guardano entrambi il culo. Io parlo in italiano al telefono spento, li rassicuro implicitamente sul fatto che probabilmente se parlano in dialetto, li capirò poco.

Lo sbirro dice in dialetto, ah le femmine.

Il barbone risponde in dialetto, a me piacciono poco, mi fido più degli uomini.

Allora lo sbirro tace un po’ ma poi risponde, le femmine vogliono farti fare quello che dicono loro.

Il barbone risponde, quando gli uomini non vogliono far fare a loro quello che dicono loro.

Lo sbirro, un po’stupido in quanto sbirro, è confuso, e chiede, ma loro chi?

Allora il barbone dice, non importa.

Lo sbirro soppesa un po’le parole del barbone, e poi gli domanda, perché tu ti fidi di più degli uomini?

Il barbone, preso in contropiede dalla memoria di ferro dello sbirro, ma non dalla mancanza del lei di cortesia (anzi, del voi di cortesia) nella sua domanda, dice, mi fido più degli uomini perché so cosa aspettarmi da loro.

Lo sbirro, che sta cominciando a scambiare il barbone per un superiore di grado, confuso un po’dalla sua età, un po’dal suo tono paterno, cerca forse di far propria un po’di saggezza, e apostrofa ancora il compagno, chiedendogli, perché sai cosa aspettarti da loro?

Il barbone, uomo di mondo, annusa la puzza di latte che lo sbirro emana e, probabilmente deciso a godersi questi tre minuti di rara genuinità in divisa, gli risponde. So cosa aspettarmi dagli uomini, perché gli uomini hanno il potere che si vede, e che se non si vede si indovina. Il potere di chi ha sempre avuto il potere. Le donne, invece, hanno il potere di chi è relegato ai sotterfugi. C'è margine per essere più scaltre.

Lo sbirro, reverente di fronte alla saggezza del barbone, spera di darsi un tono maturo e spaccone commentando, meglio tenersele per quello che hanno di buono le donne, come il culo di questa qui.

Così mi giro, e lo ringrazio. Poi mi rivolgo al barbone, lo prego di andare avanti ad istruire il ragazzetto, per il bene della legge, dell’ordine, e della comunità, e del sistema. E per finire salgo in treno, e vado a prostituirmi al Bois de Vincennes, chè non ho soldi per pagarmi l’affitto. Tanto sono dal lato buono del binario.

racconto #1.

Smettila di mangiare così. Non stai mangiando per fame. Stai mangiando per golosità ***porco."

Gli lancia un vaso addosso, un vaso di plastica. Lui si mangia anche quello, per dispetto.

Non è possibile, sei malato.

Si mangia anche il sei malato, un unico boccone assieme a una delle tre uova sode pescata da un piatto di uova sode e pane.

Non posso smettere.

No, non vuoi smettere.

Ma se smetto, non c’è niente che mi soddisfi.

Lei va lì, e butta per terra il suo piatto, poi cammina anzi marcia sopra le uova e il pane. Il pane si appiattisce e le uova le rimangono incollate alle suole. Lui fa per piegarsi, per mangiare il giallo del tuorlo rimasto incastrato nel carro armato delle sue scarpe. Lei lo allontana colpendolo con un calcio sul naso. Lui lo riceve a bocca aperta, e riesce a staccare qualcosa dalla punta di gomma di lei.

Lei urla, non ci può credere. Lui sogghigna, si caccia in bocca il pane stirato dalla foga di lei.

Fai schifo merda***! Fai schifo!

Lui la guarda e le dice, sputando briciole masticate e recuperandole, quando riesce, oh ma tu, checchai, paura di ritornare anche te a fare così se mi guardi?

Lei se ne va in un’altra stanza, rabbiosa, e comincia a camminare in tondo, sempre più veloce e sempre più agitata. Piange di rabbia, si ferma, colpisce la parete con un pugno, si ferisce, comincia a succhiare il sangue che esce dalla nocca. Lui spunta dalla porta, la testa tonda, gli occhi spalancati, il naso dolorante ma attento, le chiede se può assaggiare anche lui un po’del suo sangue. È una provocazione, lei non la regge, agguanta una sedia, gliela prova a sfasciare addosso, ma lui se la mangia, e riprende a fissarla con un po’di supplica e un po’di divertimento negli occhi.

Lei si ferma, sorride, ride, gli promette che se esce, gli farà avere i dolci di carnevale che mangiavano da piccoli. Glielo giura. Lui esce.

Passano delle ore. Lei sta leggendo, tiene il libro con una mano perché l’altra le fa male. Lui entra nel salone e disapprova con la testa.

Che cazzo di problema c’è dice lei.

Smettila di leggere così. È perché non hai altro da fare. Ti fa male. Esci.

Lei lo guarda, guarda il libro, guarda sé stessa nello specchio, poi riguarda lui, e gli lancia il libro addosso. Lui lo schiva e il libro scivola giù dalle scale atterrando in un vassoio di salatini unti.

Porco***, dice lei, che ha seguito la traiettoria del libro da dietro la spalla di lui, dopo essersi precipitata dietro la sua scia quando ha capito che lui non se lo sarebbe mangiato.

Che schifo. Mi fa schifo. Ora rimane con delle chiazze unte.

Lui le prende la testa tra le mani e gliela scuote. Le dice,

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu legga così.

Lei allora cerca di infilargli due dita in gola e gli fa l’eco

Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu mangi così.

Lui è quasi tentato di staccarle le dita, ma preferisce evitare scene di cattivo gusto. Così si sfila la sua mano dalla bocca, scende, le lancia dietro il libro, si beve la teglia di salatini. Rutta ed esce.

martedì 20 dicembre 2011

My Perspective on Theories & Models of Literacy Class

ENGL B6400 has been the first class I have ever attended focusing on literacy. To me, it has provided an invaluable overview on the development of the alphabet, the diffusion of literate skills, the tensions between orality and literacy, the notion of sponsor linked to the diffusion of literacy, thus the political value of possessing literate skills as linked to the reasons and modalities of diffusion of the alphabet.

As a foreign student of American culture and literature, I have also found this class extremely relevant to have a better, clearer, and in-depth understanding of the American society in regard to concepts such as multiculturalism, race, power relations between groups, cultural tensions. ENGL B6400 has given me very important insights on the complexities of the American society as a postcolonial and neo-colonial reality, where education plays or can play a very important and complex role either in assimilationist or in multicultural directions. Besides, as an Italian, I have found this course inspiring to understand the changes my country is undergoing now that many groups and communities from other countries are coming to work and live in Italy. As I would love to take part to teaching classes to immigrants, I am happy to have been made so aware of the problematic implications of integration through education, and of the importance of encouraging learners to express themselves through literacy, that is, to use literacy in ways that are first and foremost relevant to them. Indeed, my own understanding of literacy as the “true” means to free people has been somehow quenched by placing literacy in context, and valuing it consequently.

Even if I have found meaningful almost all the readings I have done for this class, the most interesting ones have been those on orality vs literacy (Ong, Goody); those on the idea of emergent literacy (Purcell-Gates et al.); and those on multicultural rhetoric. I have also found the idea of the sponsors of literacy (Brandt) extremely helpful in connecting the first part of the course (on the reasons of the diffusion of the alphabet) to the second part of it (on literacy in contemporary America).

I will definitely use the framework of literacy in the States to go on with my literature studies, and I am interested in exploring better the “divide” orality/literacy, which I perceive as a false dichotomy. In respect to the idea of literacy and the web 2.0, I think it is extremely interesting but I need to read more on that, in order to soothe the little bit of scepticism that I have on it. Indeed, discovering that American education is mostly based on writing and does not encourage oral practices a lot at a high school or college level, has made me think that students may also voice their rhetorical practices through more accessible and cheap media as their own voices in the classroom. Yet, the idea of online literacy is deeply valuable because of its hinging on aurality and intertextuality, beside the fact that it implies the need to be conversant with web technologies – I just think educators would want to make sure that web technologies are not mistaken for an end in itself, and keep their status as means to attain critical consciousness.

Final Exam on Theories&Models of Literacy

Here are the links to the essays I wrote for my final. I've focused on the notions of emergent literacy and the great divide theory for my short descriptive essays. I've worked on cultural literacy and multicultural rhetorics for my longer one.

The Sponsors of Literacy

This is the link to my essay on the sponsors of my literacy.

martedì 13 dicembre 2011

Auralitaly and Web 2.0

While reading Selfe's article on aurality and multimedia composing, I was surprised to learn that it is not a common practice, in English composition classes, to use oral modalities of assessment. I started wondering if it is the same for any junior or high school class: in general, is students' work in the USA assessed mostly through written forms? Are oral forms only limited to class discussions and presentations?

As a kid, I remember reading Shultz's comics, "The Peanuts," where the characters would often participate to elementary schools presentations called "show and tell." In Italy we didn't use to do the same thing; rather, we were assessed on our knowledges both through oral and written tests whose grades would equally bear on the student's final notes. This system worked (and still does) from elementary to high school, and it is largely used in the university as well, both for the humanities and for scientific subjects.

Differently from the States, anyhow, in Italy we are rarely required to interpret on what we study. Of course, the success of an oral test is strictly linked to the degree of naturalness with which a student exposes the chapters or the books s/he has studied: the mastery of the topic is telling of the degree of understanding of the topic itself. Nonetheless, a personal contribution to the study material is not the focus of a form of instruction which is mostly interested in providing the students with a set of notions and concepts. This is true not only at an elementary and high school level, where indeed it can make sense; it is an approach that continues also at the university, at least during the first three years of undergraduate studies.

Still, I admit that I have been largely helped in my writings by the necessity of being persuasive during my oral tests. Preparing an oral test engages the student in the development of a series of strategies which go from the control of anxiety to the understanding of the professor's personality to the exercise of memory and expository skills: it is, by and large, a true rhetorical exercise. What I used to enjoy the most of it, was calibrating the amount of notions that I managed to remember, and my ability to "sell" them in a way that was persuasive enough in respect to my degree of knowledge of the subject. Of course, this trick was easier with Italian or Latin literature, more difficult with history or philosophy, almost impossible with math, biology, or physics. For sure, I as a student was given the possibility of mastering the power attached to what Selfe defines the "enactment of authority, power, and status" (634); yet, this possibility given to students varied greatly according to their character or interest in the subject itself, and not always it was self-empowering.

In the diverse cultural population of American schools and universities, the Web 2.0 seems to be a good means to allow an extensive use of oral and aural tools through processes which empower students by making them used to bring their own voices in a "hierachized" environment. Differently from the Italian high school of the 1990s and 2000s, American high schools have different kinds of hierarchies with which students have to relate: not only are those hierarchies generational, they also are cultural and ethnic. Besides, as Selfe writes, American education is heavily based on writing practices, and on a dissociation of writing from speaking; the Web 2.0 therefore seems to provide an interesting space where to develop and preserve students' power strategies, which range from orality to musicality to use of images and so on. Besides, it allows a kind of engagement that is different and maybe more appealing that the simple working on texts - in this respect, anyway, I do think that it is necessary to include in a Web 2.0 literacy the critical awareness on the contents of a multimodal learning process, in order for the Web 2.0 to be used as a freeing tool, and not as a dumbing big brother.


martedì 6 dicembre 2011

Analisi Analitica dell'Analisi Analitica

commento a: I BARBARI: IL GATTOPARDO - TOMASI di LAMPEDUSA (Analisi analitica)

ciao. ho appena finito di leggere in gattopardo e stavo girando in rete per vedere cosa ne pensava la gente. (ma posto sul mio blog perchè il commento non ha abbastanza caratteri) complimenti per la lunghezza del post, ma vorrei dirvi che io ho letto altro nel libro, e se vi va di ripensarci o di rileggerlo mi dite se secondo voi ha senso.

come scrivete, salina è completamente disilluso dal cambio di potere, come è stato per tutta la nobiltà d'europa quando il ceto mercantile-futura borghesia si è messa al potere. quello che stava succedendo in italia e in sicilia all'epoca dell'unificazione è esattamente questo (@anonimo 1: non è che I Barbari fa dietrologia, è storia..berlusconi è uno dei possibili derivati di don calogero..quello meno culturalmente evoluto forse, o quello meno lungimirante, o quello che vuoi)

però non credo che salina sia un reazionario. è un cinico totale, un disilluso, che sostiene che il vento sia necessario per smuovere l'acquitrino di oggi, ma porterà solo malaria: intendendo che vecchio e nuovo sono tendenzialmente la stessa merda. lampedusa è molto focalizzato in trovare le somiglianze tra i personaggi e i loro approcci alla vita, al potere, alla roba come direbbe verga. nonostante la loro estrazione sociale, ricchi e poveri, nobili e contadini si sposano, si relazionano, si odiano, si alleano, in funzione di doti, possedimenti, scambi, oliveti, denaro. tomasi di lampedusa, attraverso salina, riconosce questa situazione come una condizione comune a tutti i suoi personaggi. e uscendo dalla sicilia, e contestualizzando la narrativa nel periodo dell'unificazione, lampedusa mostra come anche il nuovo assetto politico sia basato sull'avidità e la cupidigia-con la differenza che ora coloro che hanno ottenuto il diritto ad avere accesso alla "roba" più facilmente (borghesia, con libero mercato, proprietà privata, ecc)se la terranno anche più stretta, perchè la roba pro capite è meno, e quindi loro sono più avidi dei nobili che avevano così tanto, che a volte si concedevano anche il lusso di fare le elemosina.

se si legge il gattopardo prestando attenzione a tutte le somiglianze che lampedusa scava e porta alla luce di continuo, si legge un romanzo che è storico perchè ha dei contenuti che risuonano verità sia per l'epoca che si chiudeva che per quella che si apriva, che per i giorni nostri.

l'insistenza sulla morte non è cupa, è piuttosto cinica e rassegnata, e la morte è consolatoria perchè, per come l'ho intesa io, aiuta un razionale come salina a spiegare razionalmente l'irrazionale difficoltà della vita dell'uomo, bestia presumibilmente intelligente: lampedusa scrive ad un certo punto "chi potrebbe maledire chi ha la certezza di morire?" che significa, l'egoismo umano è una strategia di sopravvivenza più facile e più immediata di qualsiasi altra, per il poco tempo che abbiamo per vivere. questo è quello che accomuna tutti i personaggi di lampedusa: il compromesso più immediato, anche se si tratta di vivere nella merda-non è una situazione comune a molti? ne come singole persone ne come società abbiamo delle strategie di vita molto sostenibili o lungimiranti o rilassanti o che fanno bene alla salute mentale..ovviamete, le differenze sociali fanno sì che "vivere nella merda" assuma sensi diversi in ambienti diversi: ad esempio, nel libro
-per i nobili vivere nella merda può essere dover bandire l'amore in virtù della conservazione del patrimonio (matrimoni di convenienza), del nome della famiglia(uomini vanno con le donne di piacere quando sono stufi del matrimonio; donne diventano isteriche perchè vivono una vita nella repressione più totale dei sensi, a meno che non siano fortunate come angelica da essere nate nel momento e nel corpo giusto), ecc
- i contadini vivono nella merda perchè sono troppo occupati a sopravvivere per produrre le briciole che gli concedono i nobili, dopo che essi stessi hanno prodotto. ma così vanno le cose, così devono andare

lampedusa dice anche, attraverso salina, che la sicilia non ha mai voluto cambiare perchè si sente perfetta e non accetta consigli. dice pure che la sicilia è sempre stata occupata e non si è mai autodeterminata. non sono siciliana non ne so nulla, mi sono fatta solo l'idea che una storia di occupazioni probabilmente porta ad un debolissimo ceto autoctnono che non può sviluppare altro che strategie di autodifesa e di adattamento immediato, scegliere la merda minore, sempre però orientata attorno all'accaparrare più roba. e fuori dalla sicilia è la stessa cosa, solo che ci sono anche esempi di vita comunitaria che in sicilia non si sono mai potuti sperimentare (immagino io) per mancanza di occasione o di volontà o di tempo o di contingenze storiche adatte insomma. ovviamente, le nobilità occupanti non hanno mai pensato a niente di tutto ciò (il feudalesimo non è comunitario), e quindi al massimo ci sono state le famiglie di picciotti. mafiosi, feudatari insomma. fuori dalla sicilia, stessa cosa, ma con partita iva.

un'altra cosa che vale la pena notare è la parentesi che lampedusa fa sui libri e la cultura. da cosmopolita viaggiatore non è un reazionario culturalmente conservatore, anzi, è aperto e recettivo a cosa succede fuori dalla sicilia. quindi non è casuale la scenetta di lettura in famiglia che aggiunge alla sua narrazione: in questa scena si dicono cose importanti, come 1) la censura impediva alla maggior parte delle idee europee di entrare in sicilia: impossibile avere degli intellettuali, figuriamoci un popolo con spirito critico (nb: la saggezza popolare, almeno nel caso del gattopardo, è mirata alla sopravvivenza in un sistema oppressivo che viene dall'alto, quindi può fare poco in termini di rivoluzione...non ha tempo per elaborare idee, schiacciata com'è dalla necessità di produrre un buon senso adatto alla sopravvivenza di base); 2) la censura esisteva anche detro la famiglia dei nobili, il principe legge solo cose "edificanti" (mirate al mantenimento dello status quo, con donne sottomesse e quantaltro). in sostanza, quello che sembra fosse mancato alla sicilia (e non solo, è un problema nazionale, non a caso!) è una discussione della gente sulla gente attraverso la cultura (che non sono mostre impressioniste o biennale di venezia, ma testi o quadri o rappresentazioni teatrali ecc in cui la gente possa rispecchiarsi e immaginarsi in situazioni diverse, possa pensare insomma). salina è connivente con questa situazione, non fa niente per migliorarla, è un uomo di scienza ma ha abdicato (o non ha mai preso in considerazione) alla possibilità di usare la sua scienza o supposta razionalità per migliorare le condizioni del popolo; tomasi di lampedusa condanna l'operato di salina, ma lo contestualizza anche storicamente suggerendone l'inevitabilità. per questo il suo personaggio è così tormentato.

e non credo che lampedusa sia molto un reazionario...sicuro non è un rivoluzionario, ma solo perchè è troppo nichilista e scettico per darsi il disturbo di diventarlo. come fa dire al principe in uno dei momenti in cui probabilmente ci si identifica di più: io sono senza illusioni, cosa se ne farebbe il senato di un uomo privo della facoltà di auto-illudersi, necessaria a chiunque voglia guidare gli altri?

molto cinico mh o molto realista boh?

e.

Analisi Analitica dell'Analisi Analitica

commento a: http://alboino.blogspot.com/2008/11/il-gattopardo-tomasi-di-lampedusa_12.html

ciao. ho appena finito di leggere in gattopardo e stavo girando in rete per vedere cosa ne pensava la gente. (ma posto sul mio blog perchè il commento non ha abbastanza caratteri) complimenti per la lunghezza del post, ma vorrei dirvi che io ho letto altro nel libro, e se vi va di ripensarci o di rileggerlo mi dite se secondo voi ha senso.

come scrivete, salina è completamente disilluso dal cambio di potere, come è stato per tutta la nobiltà d'europa quando il ceto mercantile-futura borghesia si è messa al potere. quello che stava succedendo in italia e in sicilia all'epoca dell'unificazione è esattamente questo (@anonimo 1: non è che I Barbari fa dietrologia, è storia..berlusconi è uno dei possibili derivati di don calogero..quello meno culturalmente evoluto forse, o quello meno lungimirante, o quello che vuoi)

però non credo che salina sia un reazionario. è un cinico totale, un disilluso, che sostiene che il vento sia necessario per smuovere l'acquitrino di oggi, ma porterà solo malaria: intendendo che vecchio e nuovo sono tendenzialmente la stessa merda. lampedusa è molto focalizzato in trovare le somiglianze tra i personaggi e i loro approcci alla vita, al potere, alla roba come direbbe verga. nonostante la loro estrazione sociale, ricchi e poveri, nobili e contadini si sposano, si relazionano, si odiano, si alleano, in funzione di doti, possedimenti, scambi, oliveti, denaro. tomasi di lampedusa, attraverso salina, riconosce questa situazione come una condizione comune a tutti i suoi personaggi. e uscendo dalla sicilia, e contestualizzando la narrativa nel periodo dell'unificazione, lampedusa mostra come anche il nuovo assetto politico sia basato sull'avidità e la cupidigia-con la differenza che ora coloro che hanno ottenuto il diritto ad avere accesso alla "roba" più facilmente (borghesia, con libero mercato, proprietà privata, ecc)se la terranno anche più stretta, perchè la roba pro capite è meno, e quindi loro sono più avidi dei nobili che avevano così tanto, che a volte si concedevano anche il lusso di fare le elemosina.

se si legge il gattopardo prestando attenzione a tutte le somiglianze che lampedusa scava e porta alla luce di continuo, si legge un romanzo che è storico perchè ha dei contenuti che risuonano verità sia per l'epoca che si chiudeva che per quella che si apriva, che per i giorni nostri.

l'insistenza sulla morte non è cupa, è piuttosto cinica e rassegnata, e la morte è consolatoria perchè, per come l'ho intesa io, aiuta un razionale come salina a spiegare razionalmente l'irrazionale difficoltà della vita dell'uomo, bestia presumibilmente intelligente: lampedusa scrive ad un certo punto "chi potrebbe maledire chi ha la certezza di morire?" che significa, l'egoismo umano è una strategia di sopravvivenza più facile e più immediata di qualsiasi altra, per il poco tempo che abbiamo per vivere. questo è quello che accomuna tutti i personaggi di lampedusa: il compromesso più immediato, anche se si tratta di vivere nella merda-non è una situazione comune a molti? ne come singole persone ne come società abbiamo delle strategie di vita molto sostenibili o lungimiranti o rilassanti o che fanno bene alla salute mentale..ovviamete, le differenze sociali fanno sì che "vivere nella merda" assuma sensi diversi in ambienti diversi: ad esempio, nel libro
-per i nobili vivere nella merda può essere dover bandire l'amore in virtù della conservazione del patrimonio (matrimoni di convenienza), del nome della famiglia(uomini vanno con le donne di piacere quando sono stufi del matrimonio; donne diventano isteriche perchè vivono una vita nella repressione più totale dei sensi, a meno che non siano fortunate come angelica da essere nate nel momento e nel corpo giusto), ecc
- i contadini vivono nella merda perchè sono troppo occupati a sopravvivere per produrre le briciole che gli concedono i nobili, dopo che essi stessi hanno prodotto. ma così vanno le cose, così devono andare

lampedusa dice anche, attraverso salina, che la sicilia non ha mai voluto cambiare perchè si sente perfetta e non accetta consigli. dice pure che la sicilia è sempre stata occupata e non si è mai autodeterminata. non sono siciliana non ne so nulla, mi sono fatta solo l'idea che una storia di occupazioni probabilmente porta ad un debolissimo ceto autoctnono che non può sviluppare altro che strategie di autodifesa e di adattamento immediato, scegliere la merda minore, sempre però orientata attorno all'accaparrare più roba. e fuori dalla sicilia è la stessa cosa, solo che ci sono anche esempi di vita comunitaria che in sicilia non si sono mai potuti sperimentare (immagino io) per mancanza di occasione o di volontà o di tempo o di contingenze storiche adatte insomma. ovviamente, le nobilità occupanti non hanno mai pensato a niente di tutto ciò (il feudalesimo non è comunitario), e quindi al massimo ci sono state le famiglie di picciotti. mafiosi, feudatari insomma. fuori dalla sicilia, stessa cosa, ma con partita iva.

un'altra cosa che vale la pena notare è la parentesi che lampedusa fa sui libri e la cultura. da cosmopolita viaggiatore non è un reazionario culturalmente conservatore, anzi, è aperto e recettivo a cosa succede fuori dalla sicilia. quindi non è casuale la scenetta di lettura in famiglia che aggiunge alla sua narrazione: in questa scena si dicono cose importanti, come 1) la censura impediva alla maggior parte delle idee europee di entrare in sicilia: impossibile avere degli intellettuali, figuriamoci un popolo con spirito critico (nb: la saggezza popolare, almeno nel caso del gattopardo, è mirata alla sopravvivenza in un sistema oppressivo che viene dall'alto, quindi può fare poco in termini di rivoluzione...non ha tempo per elaborare idee, schiacciata com'è dalla necessità di produrre un buon senso adatto alla sopravvivenza di base); 2) la censura esisteva anche detro la famiglia dei nobili, il principe legge solo cose "edificanti" (mirate al mantenimento dello status quo, con donne sottomesse e quantaltro). in sostanza, quello che sembra fosse mancato alla sicilia (e non solo, è un problema nazionale, non a caso!) è una discussione della gente sulla gente attraverso la cultura (che non sono mostre impressioniste o biennale di venezia, ma testi o quadri o rappresentazioni teatrali ecc in cui la gente possa rispecchiarsi e immaginarsi in situazioni diverse, possa pensare insomma). salina è connivente con questa situazione, non fa niente per migliorarla, è un uomo di scienza ma ha abdicato (o non ha mai preso in considerazione) alla possibilità di usare la sua scienza o supposta razionalità per migliorare le condizioni del popolo; tomasi di lampedusa condanna l'operato di salina, ma lo contestualizza anche storicamente suggerendone l'inevitabilità. per questo il suo personaggio è così tormentato.

e non credo che lampedusa sia molto un reazionario...sicuro non è un rivoluzionario, ma solo perchè è troppo nichilista e scettico per darsi il disturbo di diventarlo. come fa dire al principe in uno dei momenti in cui probabilmente ci si identifica di più: io sono senza illusioni, cosa se ne farebbe il senato di un uomo privo della facoltà di auto-illudersi, necessaria a chiunque voglia guidare gli altri?

molto cinico mh o molto realista boh?

e.

martedì 29 novembre 2011

Internet & Oral Literate Cultures (unmasking the insincerity of the distinction high/low culture)

William's Shimmering Literacies and the last chapters of Brandt's Literacy and Learning focus on a topic which is becoming more and more central in present-day discussions on literacy: the shift of attention from reading to writing.

Brandt explains how the commodification of knowledge has become central to Western market economy: from advertising to user's handbooks to insurance contracts, making contents available to consumers through writing is the sine qua non of a literate market addressed to a largely literate public. Historically, the use of writing developed around the needs of precise sponsors: either the merchant keeping accounts, or the king founding the writers, or the "recent" and disruptive mass-circulation press selling to a growing (and grown) audience. Likewise, nowadays writing is considerably employed (and sponsored) by economic and political activities: the complexification, fragmentation, and burocratization of our societies require an ongoing production of written material, functional to the interaction of the different components of the societies themselves. Through writing, the knowledge which fosters economic, politic, and social changes has been, and is being digested and diffused largely according to the needs of the structures which can benefit from its production: public/private structures which can afford the costs of financing mass written knowledge, or/and structures which have a gain from financing it. In a continuum which links economy to people, literate "labor"’s skills explain and/or sell products; complement the activity of public services; respond to the needs of a mass reading society.

Reading has become instrumental to writing, if such a thing does really make sense (and presently it does). Remunerative writing is basically a working task, to be complied in a more or less programmed way; it (and often its teaching) is promoted and paid because the reading of its content generates gain.

Simultaneously, writing and reading are sponsored by the expanded literate drive of our societies. Consumers of products with user's handbooks, policy holders, book- and magazine-buyers, are the literate us, unemployed, employed, students, workers, immigrants, children, young, adults, elders, everybody. As a largely literate society, we have been mostly, but not only, consumers of/through literate objects. Some things are worth to be said about the different value that writing and reading assume for/are credited by us, according to the moment and time in which we position ourselves in the literate continuum. In her study, Brandt observes that traditionally (that is, in Western XX century, on a mass scale) writing as a skill is taught in dependence to reading (ie.: comprehension tasks at school), and to practical needs, and reading is associated with learning, instruction, top-bottom education; besides that, writing is commonly developed as a private instrument of resistance/vent/self-discovery. But, as Williams's study (and our daily actions) adds, the diffusion of internet and the transformation of mass communication technologies have "massified" other forms of writing use: now, more and more people write to be read, and read to respond and produce more writing.

In her introduction, Williams makes an interesting and useful contextualization of mass popular culture in respect to the transformation of Western societies from largely oral to largely literate ones. Oversimplifying, our popular mass culture is one of many possible developments of a local oral culture -the globalized and commodified one. What is "mass" and "popular" of it, is what is presently shared by people. On this shared culture, as they would do in/with an oral culture, people elaborate and share meaning. In this scenario, the presence of literacy and internet has many consequences: they expand the reach and complexity of voices which participate to a culture which is written/recorded for its means, oral for its modes, and global (as opposed to local and more than national) for its numbers. What about its contents?

I don't have the competence to address the topic of how oral and local cultures helped people to adapt in Western oral societies until the XIX century. As for now, I can refer at least to William's study (but also to my experiences) to say how mass popular culture participates in our lives. Correctly, Williams observes that popular mass culture (namely TV, cinema, music, books, multimedia products) is an important "component" of our leisure time, and it excites many of our passions (he talks about emotions, see chap. 2). Indeed, as an oral culture, mass popular culture is in constant dialogue with our multiple but affine identities, which extract and generate sense from and for it. Not only has internet fostered/amplified the reach of the participants to sharing and sense making-processes, through writing; internet has also made evident a consequence of the diffusion of literacy: "literate" practices of sharing inherited from oral behaviors (indeed natural to humankind) have paralleled "literate" development of the economic and political sphere. Unsurprisingly, it is in these contexts that writing and reading are used to negotiate meanings, acting as strategies of social adaptation through sense-making and consequent decision-making practices.

The questions of high and low culture, academicism and popular mass culture, teaching and self-teaching depend heavily on how the sponsors of literacy envisage the contents of writing and reading in our Western societies. Which sponsor promotes which literacy, in our social continuum(s)? Williams often refers to the disdainful attitude of teachers or professors (of "high culture partisans" in general) in respect to part of popular mass culture. And he rightly points to some obvious characteristic of p.m.c that make it successful (read: appealing or easily-identifiable-with) for the "mass:" 1) the stimulation of involving and strong emotions; 2) its participativeness, which extends the emotions into their communication, generating first-person sense-making, and giving the possibility of "empathetic" sharing. As the "literate" use of internet by younger generations confirms, skills like writing&reading are employed with passion and "success" when used in a situation that is in some way relevant to a person. Nihil novi. The challenge of schools and educators, if they are so concerned with low culture, is to make high culture available to students in ways that allow for personal identification or emotion.

That the academic/literate/educational activities favor rational analysis suppressing emotions is just a sophism: education (as second language classes for adults exemplify; as multicultural approaches to teaching imply) should feed itself of emotive responses, and should teach analytical and critical rationales to elaborate these emotive responses in "productive" ways. An adult who is taught a new language with the purpose of finding a job, doesn't interact immediately with the so called high culture (which is likely not to be the same high culture she has in mind) - therefore, if an emotion different from boredom prevails, this may be for instance the necessity to have access to a job, or a sincere interest in integration/assimilation. A student who reads Harry Potter or who is passionate of The Lord of the Rings, may feel more involved in "high culture" teachings when, for instance, literature and history are taught to her with the appeal that normally characterizes historical, political, literary, social facts when related to the lives of everyday people (another chapter to be dealt with....). In a sense, literacy and education can be effective when they become oral, when they function/are consumed as popular mass culture.

Besides, Williams remarks are extremely interesting in respect to the question of authors/sense-makers and audiences. Again, it is internet to shed light on another crucial implication of mass literacy: the authority of a text (being it written, filmed, performed, etc.) and of the ideas it circulates is more and more associated to "anonymous," common, single individuals; authority is being performed and accepted as a mass prerogative, and is presently undergoing a sort of decentralization. Nonetheless, the knowledge and value systems that literacy contains and spreads are strongly dependent on the systems of knowledge production and release to which I referred in the first paragraphs. These systems inevitably influence the ways in which knowledge and its meanings are circulated. It is precisely this influence that generates "low" and "high" cultures, and defines the terms in which content and modes of low and high cultures interact.

Internet can suggest educators and people in general how to adapt themselves to society, or how to adapt society to themselves. The decentralization of authority in meaning-(re)production is a hint. Another hint can be the leveling of the roles of writing and reading.


Brandt, Deborah. Literacy and Learning: Reflections on Writing, Reading, and Society. San Francisco, CA: John Wiley & Sons, 2009.

Williams, Bronwyn T. Shimmering Literacies: Popular Culture & Reading & Writing Online. New York: Peter Lang, 2009.

lunedì 7 novembre 2011

The Class as the Polis, plus Metics, Slaves, and Women

Although I do not have any experience with yearbook writing, which is not a common practice in Italy, I have found in Finders's chapters some interesting matches with my own thoughts in respect to text analysis, identity formation, and reproduction of the status quo within and through the school system.
As far as I have understood, Finders suggests that the yearbook perpetuates power tensions and power relationships among teenagers precisely because students are not pushed by their literacy activities to challenge the power structure internal to their own groups and gangs. The lack of critical awareness of one's positioning within the class is due to the tendency of transforming the class and the school in a "safe environment" where an unproblematized expression of the self (for example through free reading or writing choices) is preferred to debates around why every single student's self is expressed through particular choices and behaviors. Therefore, an uncritical centering on the teenager's independence is likely to lead to a perpetuation of social discourses that, entering the school through the different students' identities, re-enact the power relations existing outside the school, and these relations are consequently maintained through the years, making school an environment unable to fully articulate a project of social change.

All this makes very much sense. I think that the focus it drives on literacy and language is very up to the point and powerful; in a way, Finders's argument points to the often overlooked complex value of literacy and literary products, that goes well beyond the mere aspect of providing people with a technology (in the case of literacy) and with a set of notions (in the case of literary products). In my opinion, commonsensical understanding of literacy and of the humanities tends to place literacy in relation to the basic skills needed to (economically) succeed in society, and the humanities (as understood in high school and, I'm afraid to say, also in college and university) in relation to some form of high culture leisure. In the high school (and I do not think there are real differences between the States and Italy), these discourses on literacy and literature apply in that literacy is understood as a taken-for-granted set of abilities, and literature is understood as a craft that students should be able to aesthetically decode and historically position: most of the time, superficial factual knowledge. Among the various consequences of this, there is the risk of alienating students from the powerful role that language and texts have in the formation or confirmation of social and individual values, roles, attitudes, and so on. Besides, this traditional and commonsensical approach to literacy is doomed to perpetuate unresolved political issues linked to present-day globalized and culturally mixed scholastic environments.

In Italy, the structure of the high school (that students attend from the age of 13 to the age of 18) is completely different from the American one. And so is the student population, which now has probably already changed from when I was attending my last year, 5 years ago, as the presence of student of non-Italian descent is becoming higher. Nonetheless I'm reading all those papers on multi-cultural (i'd rather say identity-shifting) education as extremely powerful insights on educational and integrationist issues that exist in every context in which class, gender, racial or cultural tensions are experienced and enacted. For sure, a teenager environment is one of these contexts, and a critical one as far as identity-construction is concerned. The idea of using literacy and literature/text analysis to create a practice of discourse-awareness and discourse-debunking (or at least critique) is, in my opinion, truly exciting in that it can prove very engaging for students, and truly useful for society itself, as it may fulfill what I consider the main aims of education: critical ability, and self-empowerment through community (-ies) empowerment. In this respect, the role of the teacher may become even more central and engaging (and difficult..) than it already is, as s/he may be required to function both as debate-generator and debate-regulator, focusing on the importance of formulating the clash within the class, in order to overcome it outside the class in the long run.

http://en.wikipedia.org/wiki/Polis

giovedì 27 ottobre 2011

Paul Goodman Changed My Life

mi piace il blog. mi fa credere di avere un pubblico sapendo di non averlo, è una sensazione stimolante e protettiva. mi libera e mi evita la pigrizia. qualsiasi critico direbbe che il mio concetto di blogosfera si sposa perfettamente con la mia asocialità selettiva, e che si tratta di una forma evidente di malessere interiore. i critici dicono sempre una marea di banalità, rischiando di sfiorare la figura di merda per non aver saputo trarre conclusioni valide da osservazioni ovvie. ci sono dei critici che vanno più a fondo delle ovvietà, ma poi hanno paura dei risultati che trovano e si rintanano in giochi di parole per portare avanti discussioni accademiche basate su sinonimi e argomenti viziati. la società nel frattempo ammuffisce e il giro di soldi è alto sopra le nostre teste, tanto che non riusciamo ad arrivarci.

un'altra ovvietà che direbbe un critico è che sono ossessionata dalla questione della critica. per forza, visto che sono una critica. in genere il critico medio mainstream simpatizzante per il libero mercato si sofferma ad osservare un'ossessione ma non la indaga, perchè indagarla porta in genere ad un risultato che mina lo status quo. ci sono dei critici che hanno una buona ragione per non essere dei veri critici, ma solo dei lavoratori della critica: la loro vita quotidiana. indugiare in pensieri e vaneggiamenti è uno dei sette peccati capitali; rende cinici e asociali, molto spesso frustrati, ancora più frequentemente pone problemi di coerenza, e generalmente si conclude o in forme di ipocrisia, o in forme di segregazione autoinflitta. in breve, critica e vita quotidiana tendono ad autoescludersi in virtù del compromesso a cui si scende per vivere bene.

perchè questo è il cuore della faccenda.

sono una bestia sociale, il mio istinto va verso la condivisione e nel frattempo va verso la critica. l'obiettivo è vivere bene, il compromesso è per ora fatto a discapito della condivisione. ci sto rimettendo ma in vista di un guadagno. peraltro, non potrei fare diversamente. sono immersa nella storia sporca degli stati uniti, e per ora mal sopporto chi fa i baccanali su terra occupata. non c'è moralismo ma c'è un forte giudizio in quello che scrivo e che penso, e presto farò un post sul razzismo, poi ne farò un'altro sugli slogan che ho fotografato il 15 ottobre, e questi saranno due esempi del perchè la mia critica mi tarpa le ali when it comes to be nice to people. and when it comes to go to parties or museums or dinners.

il blog è una buona mediazione per la condivisione. è una condivisione che c'è sempre potenzialmente, ma c'è di fatto solo se pubblicizzo, e per cosa pubblicizzo, e non necessariamente se pubblicizzo. non ho un pubblico preciso in testa, ma ho pur sempre un pubblico. più questo si definisce più la mia comunicazione si definisce. per ora sto parlando a me stessa principalmente, e al pubblico solo idealmente.

il diario segreto ha fatto il suo tempo. questa è l'epoca del blog non pubblicizzato aka quando il voyeurismo stimola (e non è cosa rara)

NY I Love You but You're Bringing Me Down

sono stanca di studiare non so cosa farmene. quello che vorrei farci è infattibile. sto perdendo tempo non sto vivendo, ho voglia di andare in spagna lavorare in un bar mantenermi come posso e smetterla di leggere nella gente atteggiamenti e mentalità. non c'è casualità in questi giorni ma c'è solo una noiosissima monotonia. la gente di ny mi rende agorafobica e mi mette in soggezione. li osservo spostarsi e li detesto. credo di sapere quello che pensano e mi annoiano, oltre che infastidirmi. mi urta che ny mi dia questa sensazione verso le persone. mi fa togliere eccitazione dalle cose per difendermi da non so che. forse dal loro stile di vita.

ci sono due ragazzi e due ragazze che hanno conquistato la mia fiducia saltuaria. a. è una californiana, se n'è tornata a denver da un po'. l'ho conosciuta mentre vendeva i suoi disegni a union square, e per qualche giorno ci siamo fumate un po'di canne assieme parlando di cose e guardando i nostri disegni e video su youtube. ha ventinove anni e vive vendendo quello che fa. a volte risponde a degli annunci su craigslist e fa credere a qualche sadico che lo ritrarrà dopo averlo frustato sul suo letto, e così riesce ad arrotondare meglio scroccandogli soldi "per la sola fatica di risponderti alla mail e pensare se ho del tempo libero per il tuo sporco disegno." cuce vestiti e ha ogni giorno un'uscita diversa con qualche ragazzetto o con qualche studente annoiato o con qualche guerriero urbano. accetta i complimenti e le avances con un'ingenuità e una pazienza che le invidio infinitamente, ogni volta che me ne parla le si illuminano gli occhi. mi è capitato di conoscere un piccolo tedesco che l'ha conquistata dicendole che sarebbero andati a LA assieme. non l'avrei notato se fossi stata in metro, mi figuro come avrei potuto rispondergli se mi avesse rivolto la parola senza che lei ci presentasse. totale disinteresse. sono prevenuta e non lascio le persone esprimersi. non smetto di studiarle. le svuoto della poesia che hanno se decido che non mi stanno comunicando niente. in genere non lascio loro troppo tempo per farlo. le boicotto perdendoci

d. è ad un corso con me non so quasi niente di lui. se non che è tornato all'università perchè i lavori di merda che faceva lo stavano svuotando. è tornato qui dalla west coast e si è rimesso a insegnare a studiare e a scrivere. poi per fortuna è iniziata l'occupazione di wall street e si è fatto fagocitare dagli eventi, pisciando l'università nei limiti del possibile. è intimidito da me e io sono intimidita da lui perchè può esserci troppa somiglianza tra noi e siamo due bestie con delle ferite da curare. non ci possiamo fidare troppo di noi stessi ma possiamo fidarci abbastanza da passare un'ora ad un incrocio a parlare della società per implicare che non stiamo bene ma non possiamo dircelo in faccia. non so niente di lui. mi piacciono le ossa che gli sporgono sotto il collo spingendo la pelle scura lucida e mi piace il suo viso, mi toglie il fiato. le sue labbra mi tolgono il fiato, e le sue espressioni anche. non assomiglia a nulla che abbia mai visto prima. ho aspettato una settimana per vederlo, e non c'era a lezione. l'ho incrociato oggi e non mi sono fermata a parlarci. mi boicotto perdendoci. un giorno saprà leggere l'italiano abbastanza bene per capire cosa ho scritto qui e potrà ridere della mia narrativa su di lui.

g. viene da haiti e mi ha fatto passare la serata migliore da quando sono qui. l'ho conosciuto un paio di sere fa in un minuscolo cinema dove vado ad informarmi su un mondo che funziona male e che non so come affrontare. il suo buon umore è esaltante funziona come una specie di sbadiglio che provoca uno sbadiglio in chi lo guarda, però lui non sbadiglia ma ride. scoppia in delle risate incredibili mentre parla di cose che richiedono molta precisione nel linguaggio, ride quando si rende conto di alcune contraddizioni nella logica della logica, e così l'interlocutore non può che imboressarsi di conseguenza. è rastafariano per due motivi. primo, perchè così non deve farsi la barba e può tenersi i lock. secondo, perchè così può essere sè stesso. terzo, perchè così naviga nelle passioni del mondo più da essere spirituale che da filosofo accademico, quale per ora è. abbiamo iniziato a parlare perchè mi ha fatto la solita imitazione dell'italiano che fanno tutti gli stranieri, enfatizzando la vocale della penultima sillaba. dopo di chè mi ha detto che aveva sentito parlare della lega a lezione, perchè il suo professore aveva osservato come i leghisti attacchino i suditaliani su una premessa sbagliata, ossia una concezione diversa del tempo (ore minuti secondi) tra nord e sud. dopo di chè siamo stati a parlare fitto per cinque ore bevendo.

c. è israeliana. (non) è pazza. è istericamente sè stessa. è orfana di madre e l'ho scoperto ieri per caso. mi ha fatta andare ad un karaoke texano dove era con i suoi amici a cantare canzoni rock. i suoi amici erano un gruppo di 40 enni ubriache e disinibite, non ne ho conosciuta nessuna perchè ero troppo occupata a sentirmi dentro un film e guardare cosa succedeva. ero circondata da odore di carne grassa e dalla musica della band marchettara che suonava le basi a romantici nostalgici rocchettari, cantanti improvvisati, stonati ed applauditi. c. mi diceva che era stata ubriaca fino a poche ore prima, dal giorno precedente in cui era andata a brooklyn con il suo tipo irlandese. dice che ha un aspetto androgino ed ha 32 anni. c. è ossessionata dai bed bugs, le bestie che si annidano nei materassi e nelle lenzuola e nei vestiti di ny, è ossessionata dallo sporco, e non mangia da giorni perchè i suoi coinquilini cinesi tengono la cucina come una cloaca, e ci sono pure dei topi che girano. non mi sta a sentire se le dico che sono nella stessa situazione ma io mangio, e sono ancora viva. ieri si è messa sulle mani un olio per respingere gli insetti, ma poi si è toccata i pantaloni di pelle nera ed è schizzata per via dell'alone che ci ha stampato sopra. è la mia bambina, ed è una fonte di purezza. è geniale è anarchica ed è una punk schizzinosa per via delle infezioni. è ingenua. ieri ha appeso in metro un sacchetto con dei vestiti usati che aveva comprato, l'ha appeso per non averlo tra le mani mentre facevamo il tragitto. qualcuno se l'è rubato e lei voleva riportare il furto alla polizia. siccome sedevo vicino ad una cubana che stava facendo a memoria un ritratto di un venditore cubano visto un mese fa in isola (da cui era rimasta molto colpita, e penso le sarebbe piaciuto farci l'amore), e questa cubana mi stava parlando, c. le ha chiesto se poteva fare uno schizzo del ladro. la cubana mi ha continuato tranquillamente a parlare dicendomi che credeva io avessi 17 anni. c. se l'è messa via e si è consolata con un dolcetto cinese gommoso, l'ha mangiato tenendolo con la stagnola che avvolgeva la scatola. io l'ho rincuorata dicendole che anche lei avrebbe preso su una busta abbandonata con dei vestiti dentro, e che la colpa era sua se aveva vaneggiato. mi ha detto che gli occhi sono la prima cosa che la attrae in una persona, non è contenta dei suoi occhi scuri e invidia i miei che sono chiari. ha dei begli occhi nocciola con un contorno più scuro, gliel'ho detto e mi è sembrata contenta ma ha voluto assicurarsene facendomi qualche altra domanda sul perchè a me piacessero anche gli occhi scuri, e sul perchè io non attribuisca tutta l'importanza che da lei agli occhi, quando mi devo innamorare di qualcuno. ha vissuto per anni ad athen, georgia. odia la gente della nostra età perchè dice che sono tutti degli hipsters, credo voglia intendere falsi alternativi. ci siamo conosciute alla prima assemblea per portare occupy wall street ad harlem, ma poi non è più venuta perchè è troppo persa nel suo mondo per stare dietro al resto. fa dei brutti sogni spesso, non mi da una chiara panoramica di lei. a volte mi esaurisce. ma rispetta i miei spazi e sa di vita, è spontanea.

ho voglia di tornare ai tempi in cui le persone erano come lei e mi lasciavano essere me stessa. ny mi prova perchè mi mostra una direzione e mi incita a prenderla. voglio vivere a caso senza che la mia logica svuoti tutto di bellezza ma voglio che la mia logica rimanga con me in caso di emergenza. non so se richiedere il dottorato. non mi interessa se non per i soldi.

mi piace la rivoluzione perchè sta riportando la gente per strada e la sta facendo incontrare. ows è uno spazio di negoziazione tra ingenuità ed organizzazione. anche scrivere e un modo per essere ingenui. la critica ammazza l'ingenuità della scrittura svelando le intenzioni e le colpe degli scrittori. è utile farlo se si sa dove farlo ma è difficile capire come usare la critica e sopravviverle.