venerdì 31 agosto 2012
L'attacco della ex-schiava
martedì 26 giugno 2012
La Storia Sconosciuta del Coinquilino Meccanico
martedì 22 maggio 2012
racconto #sette aka La Finta Storia della Buonanotte
venerdì 27 aprile 2012
Tra Parentesi
mercoledì 25 aprile 2012
R-esistenza
giovedì 16 febbraio 2012
la spiritualità nostrana secondo il vangelo di una guardia svizzera aka racconto #3.
Santo padre. Lei è un soggetto.
Dice?
Beh, dico, santo padre.
Beh, modestamente, signor adritano celenano.
Sua santità.
Signor celenano.
Singor celenano?
Sì, santo padre?
Perché dice?
Ma santo padre, non lo sa da sé?
Beh, immagino di sì, ma mi piace sentirmelo ripetere.
Vede, santo padre, lei continua con estrema abilità a cagare sulla testa della gente.
Come come, amico mio? Vorrei, ma rischio le fruste del nostro signore.
Ma lo fa già, santo padre.
E come lo farei, signor celenano?
In molti modi, signor santo padre.
Mi illumini.
Con piacere. Lei ha felicemente aderito ad un progetto che ci ha confusi tutti, per secoli.
Lei è un complottista, signor celelano?
No, mi lasci dire.
Prego, che dio la benedica.
Grazie, che dio la protegga. Dicevo. È semplice. Lei rappresenta lo spostamento della rettitudine dalla mente alla bocca. Dalla convinzione alla propaganda. Dalla consapevolezza al dogma. Ha contribuito a dare alla gente una scusa per scaricare la responsabilità di sé, e appassionarsi alla lamentela e alla servitù.
Io?
Sì lei.
E lei allora? Che promette via cavo la vita dopo la morte, non abbindola anche lei i totosanremesi con facilonerie abbiette? Non li distrae dalla vita qui ed ora?
Beh. Non ho mica detto di essere perfetto.
Signor celenano. Lei è un soggetto.
Dice?
Beh, dico, signor celenano.
Beh, modestamente, signor santo padre.
Signor celenano.
Sua santità.
racconto #12895.
Il mio appartamento oggi non si aspettava che io rimanessi in casa tutto il giorno. Ma io non potevo uscire, anche se sarei voluta andare a scementificarmi le gambe e a fumare la decima sigaretta fuori dalla cucina che ormai era diventata un posacenere. È stato di fatto il posacenere il primo oggetto che si è lagnato durante la tortura claustrale che sembrava non voler finire mai.
Le tre stanze e il corridoio si erano riempite della mia insofferenza, e avevo un mal di testa patetico, la mia testa era si era decisamente inacidita e si stava rivoltando contro di me e contro lo schermo del computer. Gli occhi pure, mi bruciavano. Di base tutto l’insieme del mio corpo partecipava, cooperativamente, all’insofferenza della testa, non avevo parlato con nessuno per ore e ne stavo risentendo.
Stavo per addentare la tastiera quando ho sentito il posacenere cominciare a lamentarsi che
Mmerda di vita ripetitiva che faccio.
E la tazza che non cambiavo da giorni e che continuavo a riempire di acqua calda sempre sopra la stessa bustina di tisana rispondere che
Siamo tutti nella stessa situazione radicati su noi stessi come sempre e
Non annoiarci con le nostre stesse angosce esistenziali, lo straccio che uso per asciugare i piatti il pavimento o il tavolo aveva sporcato la frase.
Siccome non stavo veramente capendo quello che dicevano, ho cominciato a concentrarmi sul fatto che mia nonna avrebbe pianto a sapere che quello straccio, lo usavo per i piatti il pavimento o il tavolo.
Che schifo, aveva detto la tazza, e io avevo pensato, mia nonna farebbe la stessa osservazione, ma ho lasciato subito cadere la mia riflessione perché ho sentito distintamente, distintamente, il pane di campagna cominciare a polemizzare sul fatto che
Cosa ne pensate del fatto che sono uscito due giorni fa dalla bottega caldo di parto, ma senza sapere veramente dove sarei finito, e non ho nemmeno avuto il tempo di angosciarmi per questo aspetto incontrollabile della mia situazione che già ero incastrato tra le dita di questa, ora sono qui duro come una roccia e mi mancano dei pezzi che non ho idea di dove siano finiti, domani non so se ci sarò e non so dove sarà la crosta e dove la mollica,
pensavo che ero d’accordo con lui. In effetti, era da qualche giorno che rifiutavo di affannarmi per le stesse ragioni, soprattutto perché
e a roba pèso xe che no so se finirò nee scoasse o nel so stomago. Scoasse o stomago? Cossa xe péso? Cossa xe mejo?
Lo fissavo intensamente odiandolo per la lucidità dei suoi ragionamenti. Poi mi è arrivato un brontolio basso dalla sala. Io ero in cucina, così ho tirato l’orecchio. Avevo molto mal di testa ma potevo tirare l’orecchio abbastanza per impicciarmi.
Io vorrei vedere fuori guardare almeno il palazzo di fronte e invece vedo solo culi che mi si spalmano contro. Non è un vero problema, ma la mia immobilità mi annoia. Vorrei avere altre aspettative oltre a indovinare che tipo di culo mi si appoggerà sopra la prossima volta. E spesso è sempre lo stesso, quindi non ci sono grandi sorprese, non che mi lamenti ma
Era la poltrona probabilmente. La poltrona della sala è molto soffice. E ora viene fuori che ha una rassegnazione accomodante. È molto soffice, pensavo che doveva essere la poltrona, anche perchè è vicina alla finestra, ma le rivolge drammaticamente il fianco.
Si interrompevano a vicenda e si parlavano sopra, ogni tanto si maledivano e si insultavano, altre volte erano concilianti
No nemmeno io mi la mento
Sempre dalla sala, tendevo l’orecchio un po’di più perché i volumi mi stavano aumentando attorno
Alla fine siamo qui, siamo in quattro, abbiamo la stessa vita, facciamo le cose assieme, non c’è varietà ma ci siamo, siamo uguali, siamo uguali identiche e ci siamo.
Le sedie del salotto. Quattro sedie impolverate per via della mia pigrizia, tutte uguali ma con macchie o buchi di tarli in punti diversi. Anche io volevo una comunità come la loro, di uguali persuasi ma diversi di fatto. Odiavo anche loro perché avevano quello che io non avevo e che volevo. Almeno nella solitudine imposta dalle cricostanze di oggi.
Prima che il mio appartamento cominciasse a parlare, avevo sbevazzato la terza tazza di tisana del mio pomeriggio immobile. Dovevo pisciare, ero piena d’acqua, così mi sono trascinata stralunata grattandomi una spalla verso il bagno. Ho fatto scorrere la porta ho alzato la felpa abbassato le mutande e mi sono lasciata crollare sulla tazza del cesso. Ho pisciato e già che c’ero ho pure cagato. E la tazza giustamente ha mandato a fare in culo l’intero appartamento. Allora per dimostrarle il mio supporto, e anche un po’di riconoscenza, le ho acceso una candelina profumata accanto, e tutte e due hanno cominciato a discorrere pacatamente di concetti non esistenziali.
Sono uscita dal bagno, e sono tornata in cucina. Nell’appartamento ora si era fatto silenzio, c'erano solo la mia alienazione di prima, e il mio stupore di dopo. Così ho preso il pane e gli ho fatto una sorpresa, o un dispetto, l’ho messo in freezer e l’ho congelato.
martedì 14 febbraio 2012
L'ospizio del "Non E' mai Troppo Tardi." aka racconto #2.
Signora illusione.
Buondì. Sono signora illusione. Sono il tuo giocattolo preferito. Ti faccio dilazionare le scelte che non ti piacciono. Ti stimolo pensieri creativi ma ti permetto di non realizzare i progetti che ti si formano in testa. Sono solo delle illusioni e tanto ti basta sapere, per limitarti ad ammirarli, poi metterli da parte, e ricominciare a guardarli quando non hai voglia di pensare che quello che stai facendo non ti piace.
Signor vittimismo.
Buon pomeriggio. Sono signor vittimismo. Sono un buon compagno di strada. Ti ispiro pensieri di giustificazione e ti cullo nella certezza che il mondo ti è ostile. Ti appoggio quando sostieni che la realtà non ti lascia scelta e ti conforto spiegandoti che tutto quello che vivi, ti è stato imposto dall’esterno. L’esterno è una matassa di fatti che sono tenuti fuori dalla tua portata, ti spalleggio se vuoi gettare la spugna e adattarti ai piccoli angoli liberi che restano attorno alla tua ombra.
Signor rifiuto.
Buona sera. Sono signor rifiuto. Sono il saggio che ascolti talvolta e spesso fraintendi. Ti suggerisco di assaltare le ore sul fianco che hanno più scoperto e ti provo a convincere che la tua vista è abbastanza buona per trovare l’incrinatura che può farti avanzare verso dove senti di dover andare. Ti provoco ad essere provocatore e ti incito a disprezzare quello che ti fa star male ma poi succede che tu colga in questo una spinta verso il bene a tutti i costi e così ti ritrovi a piangere per scelte che credevi indovinate.
Signora speranza.
Buona notte. Sono signora speranza. Sono quella con cui vai sempre a dormire, alleggerendoti il cuore. Ti faccio sperare che domani saprai trovare il tuo equilibrio, più di quanto tu non sia riuscit@ a fare oggi. Ti gratto il cervello a ogni calare del sole, sperando di toglierci un po’di vittimismo, fare spazio a un po’ rifiuto, farti pacificare con le tue illusioni che almeno nel sonno diventano più vere. Ti sostengo se credi che domani saprai farne uscire qualcosa di grande.
Così recitavano a ripetizione i quattro anziani dell'ospizio di fronte alla nostra scuola, disposti in riga sull'erba marcia. Poi arrivava sempre l'infermiere Cristiano a portarli dentro, perchè era l'ora dei tranquillanti.
mercoledì 8 febbraio 2012
racconto #12896.
Li vedo, sono uno sbirro e un barbone. Dall’altro lato del binario. Lo sbirro si è avvicinato, ha guardato il barbone, il barbone l’ha fiutato di rimando. Allora lo sbirro ha fiutato il barbone, e il barbone l’ha guardato di rimando. Si sono studiati così per un po’, ignari del fatto che io nel frattempo li stavo osservando entrambi. Il barbone è un tizio di mezza età e lo sbirro sembra un ragazzetto. Lo sbirro si siede accanto al barbone, si guardano di sottecchi. Io ho l’impressione che possano cominciare a parlare da un momento all’altro, quindi cambio binario della metro e mi metto a oziare davanti a loro. Mi guardano entrambi il culo. Io parlo in italiano al telefono spento, li rassicuro implicitamente sul fatto che probabilmente se parlano in dialetto, li capirò poco.
Lo sbirro dice in dialetto, ah le femmine.
Il barbone risponde in dialetto, a me piacciono poco, mi fido più degli uomini.
Allora lo sbirro tace un po’ ma poi risponde, le femmine vogliono farti fare quello che dicono loro.
Il barbone risponde, quando gli uomini non vogliono far fare a loro quello che dicono loro.
Lo sbirro, un po’stupido in quanto sbirro, è confuso, e chiede, ma loro chi?
Allora il barbone dice, non importa.
Lo sbirro soppesa un po’le parole del barbone, e poi gli domanda, perché tu ti fidi di più degli uomini?
Il barbone, preso in contropiede dalla memoria di ferro dello sbirro, ma non dalla mancanza del lei di cortesia (anzi, del voi di cortesia) nella sua domanda, dice, mi fido più degli uomini perché so cosa aspettarmi da loro.
Lo sbirro, che sta cominciando a scambiare il barbone per un superiore di grado, confuso un po’dalla sua età, un po’dal suo tono paterno, cerca forse di far propria un po’di saggezza, e apostrofa ancora il compagno, chiedendogli, perché sai cosa aspettarti da loro?
Il barbone, uomo di mondo, annusa la puzza di latte che lo sbirro emana e, probabilmente deciso a godersi questi tre minuti di rara genuinità in divisa, gli risponde. So cosa aspettarmi dagli uomini, perché gli uomini hanno il potere che si vede, e che se non si vede si indovina. Il potere di chi ha sempre avuto il potere. Le donne, invece, hanno il potere di chi è relegato ai sotterfugi. C'è margine per essere più scaltre.
Lo sbirro, reverente di fronte alla saggezza del barbone, spera di darsi un tono maturo e spaccone commentando, meglio tenersele per quello che hanno di buono le donne, come il culo di questa qui.
Così mi giro, e lo ringrazio. Poi mi rivolgo al barbone, lo prego di andare avanti ad istruire il ragazzetto, per il bene della legge, dell’ordine, e della comunità, e del sistema. E per finire salgo in treno, e vado a prostituirmi al Bois de Vincennes, chè non ho soldi per pagarmi l’affitto. Tanto sono dal lato buono del binario.
racconto #1.
Smettila di mangiare così. Non stai mangiando per fame. Stai mangiando per golosità ***porco."
Gli lancia un vaso addosso, un vaso di plastica. Lui si mangia anche quello, per dispetto.
Non è possibile, sei malato.
Si mangia anche il sei malato, un unico boccone assieme a una delle tre uova sode pescata da un piatto di uova sode e pane.
Non posso smettere.
No, non vuoi smettere.
Ma se smetto, non c’è niente che mi soddisfi.
Lei va lì, e butta per terra il suo piatto, poi cammina anzi marcia sopra le uova e il pane. Il pane si appiattisce e le uova le rimangono incollate alle suole. Lui fa per piegarsi, per mangiare il giallo del tuorlo rimasto incastrato nel carro armato delle sue scarpe. Lei lo allontana colpendolo con un calcio sul naso. Lui lo riceve a bocca aperta, e riesce a staccare qualcosa dalla punta di gomma di lei.
Lei urla, non ci può credere. Lui sogghigna, si caccia in bocca il pane stirato dalla foga di lei.
Fai schifo merda***! Fai schifo!
Lui la guarda e le dice, sputando briciole masticate e recuperandole, quando riesce, oh ma tu, checchai, paura di ritornare anche te a fare così se mi guardi?
Lei se ne va in un’altra stanza, rabbiosa, e comincia a camminare in tondo, sempre più veloce e sempre più agitata. Piange di rabbia, si ferma, colpisce la parete con un pugno, si ferisce, comincia a succhiare il sangue che esce dalla nocca. Lui spunta dalla porta, la testa tonda, gli occhi spalancati, il naso dolorante ma attento, le chiede se può assaggiare anche lui un po’del suo sangue. È una provocazione, lei non la regge, agguanta una sedia, gliela prova a sfasciare addosso, ma lui se la mangia, e riprende a fissarla con un po’di supplica e un po’di divertimento negli occhi.
Lei si ferma, sorride, ride, gli promette che se esce, gli farà avere i dolci di carnevale che mangiavano da piccoli. Glielo giura. Lui esce.
Passano delle ore. Lei sta leggendo, tiene il libro con una mano perché l’altra le fa male. Lui entra nel salone e disapprova con la testa.
Che cazzo di problema c’è dice lei.
Smettila di leggere così. È perché non hai altro da fare. Ti fa male. Esci.
Lei lo guarda, guarda il libro, guarda sé stessa nello specchio, poi riguarda lui, e gli lancia il libro addosso. Lui lo schiva e il libro scivola giù dalle scale atterrando in un vassoio di salatini unti.
Porco***, dice lei, che ha seguito la traiettoria del libro da dietro la spalla di lui, dopo essersi precipitata dietro la sua scia quando ha capito che lui non se lo sarebbe mangiato.
Che schifo. Mi fa schifo. Ora rimane con delle chiazze unte.
Lui le prende la testa tra le mani e gliela scuote. Le dice,
Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu legga così.
Lei allora cerca di infilargli due dita in gola e gli fa l’eco
Non serveeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee non serve! Non serve che tu mangi così.
Lui è quasi tentato di staccarle le dita, ma preferisce evitare scene di cattivo gusto. Così si sfila la sua mano dalla bocca, scende, le lancia dietro il libro, si beve la teglia di salatini. Rutta ed esce.
martedì 20 dicembre 2011
My Perspective on Theories & Models of Literacy Class
ENGL B6400 has been the first class I have ever attended focusing on literacy. To me, it has provided an invaluable overview on the development of the alphabet, the diffusion of literate skills, the tensions between orality and literacy, the notion of sponsor linked to the diffusion of literacy, thus the political value of possessing literate skills as linked to the reasons and modalities of diffusion of the alphabet.
As a foreign student of American culture and literature, I have also found this class extremely relevant to have a better, clearer, and in-depth understanding of the American society in regard to concepts such as multiculturalism, race, power relations between groups, cultural tensions. ENGL B6400 has given me very important insights on the complexities of the American society as a postcolonial and neo-colonial reality, where education plays or can play a very important and complex role either in assimilationist or in multicultural directions. Besides, as an Italian, I have found this course inspiring to understand the changes my country is undergoing now that many groups and communities from other countries are coming to work and live in Italy. As I would love to take part to teaching classes to immigrants, I am happy to have been made so aware of the problematic implications of integration through education, and of the importance of encouraging learners to express themselves through literacy, that is, to use literacy in ways that are first and foremost relevant to them. Indeed, my own understanding of literacy as the “true” means to free people has been somehow quenched by placing literacy in context, and valuing it consequently.
Even if I have found meaningful almost all the readings I have done for this class, the most interesting ones have been those on orality vs literacy (Ong, Goody); those on the idea of emergent literacy (Purcell-Gates et al.); and those on multicultural rhetoric. I have also found the idea of the sponsors of literacy (Brandt) extremely helpful in connecting the first part of the course (on the reasons of the diffusion of the alphabet) to the second part of it (on literacy in contemporary America).
I will definitely use the framework of literacy in the States to go on with my literature studies, and I am interested in exploring better the “divide” orality/literacy, which I perceive as a false dichotomy. In respect to the idea of literacy and the web 2.0, I think it is extremely interesting but I need to read more on that, in order to soothe the little bit of scepticism that I have on it. Indeed, discovering that American education is mostly based on writing and does not encourage oral practices a lot at a high school or college level, has made me think that students may also voice their rhetorical practices through more accessible and cheap media as their own voices in the classroom. Yet, the idea of online literacy is deeply valuable because of its hinging on aurality and intertextuality, beside the fact that it implies the need to be conversant with web technologies – I just think educators would want to make sure that web technologies are not mistaken for an end in itself, and keep their status as means to attain critical consciousness.
Final Exam on Theories&Models of Literacy
The Sponsors of Literacy
martedì 13 dicembre 2011
Auralitaly and Web 2.0
While reading Selfe's article on aurality and multimedia composing, I was surprised to learn that it is not a common practice, in English composition classes, to use oral modalities of assessment. I started wondering if it is the same for any junior or high school class: in general, is students' work in the USA assessed mostly through written forms? Are oral forms only limited to class discussions and presentations?
As a kid, I remember reading Shultz's comics, "The Peanuts," where the characters would often participate to elementary schools presentations called "show and tell." In Italy we didn't use to do the same thing; rather, we were assessed on our knowledges both through oral and written tests whose grades would equally bear on the student's final notes. This system worked (and still does) from elementary to high school, and it is largely used in the university as well, both for the humanities and for scientific subjects.
Differently from the States, anyhow, in Italy we are rarely required to interpret on what we study. Of course, the success of an oral test is strictly linked to the degree of naturalness with which a student exposes the chapters or the books s/he has studied: the mastery of the topic is telling of the degree of understanding of the topic itself. Nonetheless, a personal contribution to the study material is not the focus of a form of instruction which is mostly interested in providing the students with a set of notions and concepts. This is true not only at an elementary and high school level, where indeed it can make sense; it is an approach that continues also at the university, at least during the first three years of undergraduate studies.
Still, I admit that I have been largely helped in my writings by the necessity of being persuasive during my oral tests. Preparing an oral test engages the student in the development of a series of strategies which go from the control of anxiety to the understanding of the professor's personality to the exercise of memory and expository skills: it is, by and large, a true rhetorical exercise. What I used to enjoy the most of it, was calibrating the amount of notions that I managed to remember, and my ability to "sell" them in a way that was persuasive enough in respect to my degree of knowledge of the subject. Of course, this trick was easier with Italian or Latin literature, more difficult with history or philosophy, almost impossible with math, biology, or physics. For sure, I as a student was given the possibility of mastering the power attached to what Selfe defines the "enactment of authority, power, and status" (634); yet, this possibility given to students varied greatly according to their character or interest in the subject itself, and not always it was self-empowering.
In the diverse cultural population of American schools and universities, the Web 2.0 seems to be a good means to allow an extensive use of oral and aural tools through processes which empower students by making them used to bring their own voices in a "hierachized" environment. Differently from the Italian high school of the 1990s and 2000s, American high schools have different kinds of hierarchies with which students have to relate: not only are those hierarchies generational, they also are cultural and ethnic. Besides, as Selfe writes, American education is heavily based on writing practices, and on a dissociation of writing from speaking; the Web 2.0 therefore seems to provide an interesting space where to develop and preserve students' power strategies, which range from orality to musicality to use of images and so on. Besides, it allows a kind of engagement that is different and maybe more appealing that the simple working on texts - in this respect, anyway, I do think that it is necessary to include in a Web 2.0 literacy the critical awareness on the contents of a multimodal learning process, in order for the Web 2.0 to be used as a freeing tool, and not as a dumbing big brother.
martedì 6 dicembre 2011
Analisi Analitica dell'Analisi Analitica
ciao. ho appena finito di leggere in gattopardo e stavo girando in rete per vedere cosa ne pensava la gente. (ma posto sul mio blog perchè il commento non ha abbastanza caratteri) complimenti per la lunghezza del post, ma vorrei dirvi che io ho letto altro nel libro, e se vi va di ripensarci o di rileggerlo mi dite se secondo voi ha senso.
come scrivete, salina è completamente disilluso dal cambio di potere, come è stato per tutta la nobiltà d'europa quando il ceto mercantile-futura borghesia si è messa al potere. quello che stava succedendo in italia e in sicilia all'epoca dell'unificazione è esattamente questo (@anonimo 1: non è che I Barbari fa dietrologia, è storia..berlusconi è uno dei possibili derivati di don calogero..quello meno culturalmente evoluto forse, o quello meno lungimirante, o quello che vuoi)
però non credo che salina sia un reazionario. è un cinico totale, un disilluso, che sostiene che il vento sia necessario per smuovere l'acquitrino di oggi, ma porterà solo malaria: intendendo che vecchio e nuovo sono tendenzialmente la stessa merda. lampedusa è molto focalizzato in trovare le somiglianze tra i personaggi e i loro approcci alla vita, al potere, alla roba come direbbe verga. nonostante la loro estrazione sociale, ricchi e poveri, nobili e contadini si sposano, si relazionano, si odiano, si alleano, in funzione di doti, possedimenti, scambi, oliveti, denaro. tomasi di lampedusa, attraverso salina, riconosce questa situazione come una condizione comune a tutti i suoi personaggi. e uscendo dalla sicilia, e contestualizzando la narrativa nel periodo dell'unificazione, lampedusa mostra come anche il nuovo assetto politico sia basato sull'avidità e la cupidigia-con la differenza che ora coloro che hanno ottenuto il diritto ad avere accesso alla "roba" più facilmente (borghesia, con libero mercato, proprietà privata, ecc)se la terranno anche più stretta, perchè la roba pro capite è meno, e quindi loro sono più avidi dei nobili che avevano così tanto, che a volte si concedevano anche il lusso di fare le elemosina.
se si legge il gattopardo prestando attenzione a tutte le somiglianze che lampedusa scava e porta alla luce di continuo, si legge un romanzo che è storico perchè ha dei contenuti che risuonano verità sia per l'epoca che si chiudeva che per quella che si apriva, che per i giorni nostri.
l'insistenza sulla morte non è cupa, è piuttosto cinica e rassegnata, e la morte è consolatoria perchè, per come l'ho intesa io, aiuta un razionale come salina a spiegare razionalmente l'irrazionale difficoltà della vita dell'uomo, bestia presumibilmente intelligente: lampedusa scrive ad un certo punto "chi potrebbe maledire chi ha la certezza di morire?" che significa, l'egoismo umano è una strategia di sopravvivenza più facile e più immediata di qualsiasi altra, per il poco tempo che abbiamo per vivere. questo è quello che accomuna tutti i personaggi di lampedusa: il compromesso più immediato, anche se si tratta di vivere nella merda-non è una situazione comune a molti? ne come singole persone ne come società abbiamo delle strategie di vita molto sostenibili o lungimiranti o rilassanti o che fanno bene alla salute mentale..ovviamete, le differenze sociali fanno sì che "vivere nella merda" assuma sensi diversi in ambienti diversi: ad esempio, nel libro
-per i nobili vivere nella merda può essere dover bandire l'amore in virtù della conservazione del patrimonio (matrimoni di convenienza), del nome della famiglia(uomini vanno con le donne di piacere quando sono stufi del matrimonio; donne diventano isteriche perchè vivono una vita nella repressione più totale dei sensi, a meno che non siano fortunate come angelica da essere nate nel momento e nel corpo giusto), ecc
- i contadini vivono nella merda perchè sono troppo occupati a sopravvivere per produrre le briciole che gli concedono i nobili, dopo che essi stessi hanno prodotto. ma così vanno le cose, così devono andare
lampedusa dice anche, attraverso salina, che la sicilia non ha mai voluto cambiare perchè si sente perfetta e non accetta consigli. dice pure che la sicilia è sempre stata occupata e non si è mai autodeterminata. non sono siciliana non ne so nulla, mi sono fatta solo l'idea che una storia di occupazioni probabilmente porta ad un debolissimo ceto autoctnono che non può sviluppare altro che strategie di autodifesa e di adattamento immediato, scegliere la merda minore, sempre però orientata attorno all'accaparrare più roba. e fuori dalla sicilia è la stessa cosa, solo che ci sono anche esempi di vita comunitaria che in sicilia non si sono mai potuti sperimentare (immagino io) per mancanza di occasione o di volontà o di tempo o di contingenze storiche adatte insomma. ovviamente, le nobilità occupanti non hanno mai pensato a niente di tutto ciò (il feudalesimo non è comunitario), e quindi al massimo ci sono state le famiglie di picciotti. mafiosi, feudatari insomma. fuori dalla sicilia, stessa cosa, ma con partita iva.
un'altra cosa che vale la pena notare è la parentesi che lampedusa fa sui libri e la cultura. da cosmopolita viaggiatore non è un reazionario culturalmente conservatore, anzi, è aperto e recettivo a cosa succede fuori dalla sicilia. quindi non è casuale la scenetta di lettura in famiglia che aggiunge alla sua narrazione: in questa scena si dicono cose importanti, come 1) la censura impediva alla maggior parte delle idee europee di entrare in sicilia: impossibile avere degli intellettuali, figuriamoci un popolo con spirito critico (nb: la saggezza popolare, almeno nel caso del gattopardo, è mirata alla sopravvivenza in un sistema oppressivo che viene dall'alto, quindi può fare poco in termini di rivoluzione...non ha tempo per elaborare idee, schiacciata com'è dalla necessità di produrre un buon senso adatto alla sopravvivenza di base); 2) la censura esisteva anche detro la famiglia dei nobili, il principe legge solo cose "edificanti" (mirate al mantenimento dello status quo, con donne sottomesse e quantaltro). in sostanza, quello che sembra fosse mancato alla sicilia (e non solo, è un problema nazionale, non a caso!) è una discussione della gente sulla gente attraverso la cultura (che non sono mostre impressioniste o biennale di venezia, ma testi o quadri o rappresentazioni teatrali ecc in cui la gente possa rispecchiarsi e immaginarsi in situazioni diverse, possa pensare insomma). salina è connivente con questa situazione, non fa niente per migliorarla, è un uomo di scienza ma ha abdicato (o non ha mai preso in considerazione) alla possibilità di usare la sua scienza o supposta razionalità per migliorare le condizioni del popolo; tomasi di lampedusa condanna l'operato di salina, ma lo contestualizza anche storicamente suggerendone l'inevitabilità. per questo il suo personaggio è così tormentato.
e non credo che lampedusa sia molto un reazionario...sicuro non è un rivoluzionario, ma solo perchè è troppo nichilista e scettico per darsi il disturbo di diventarlo. come fa dire al principe in uno dei momenti in cui probabilmente ci si identifica di più: io sono senza illusioni, cosa se ne farebbe il senato di un uomo privo della facoltà di auto-illudersi, necessaria a chiunque voglia guidare gli altri?
molto cinico mh o molto realista boh?
e.
Analisi Analitica dell'Analisi Analitica
ciao. ho appena finito di leggere in gattopardo e stavo girando in rete per vedere cosa ne pensava la gente. (ma posto sul mio blog perchè il commento non ha abbastanza caratteri) complimenti per la lunghezza del post, ma vorrei dirvi che io ho letto altro nel libro, e se vi va di ripensarci o di rileggerlo mi dite se secondo voi ha senso.
come scrivete, salina è completamente disilluso dal cambio di potere, come è stato per tutta la nobiltà d'europa quando il ceto mercantile-futura borghesia si è messa al potere. quello che stava succedendo in italia e in sicilia all'epoca dell'unificazione è esattamente questo (@anonimo 1: non è che I Barbari fa dietrologia, è storia..berlusconi è uno dei possibili derivati di don calogero..quello meno culturalmente evoluto forse, o quello meno lungimirante, o quello che vuoi)
però non credo che salina sia un reazionario. è un cinico totale, un disilluso, che sostiene che il vento sia necessario per smuovere l'acquitrino di oggi, ma porterà solo malaria: intendendo che vecchio e nuovo sono tendenzialmente la stessa merda. lampedusa è molto focalizzato in trovare le somiglianze tra i personaggi e i loro approcci alla vita, al potere, alla roba come direbbe verga. nonostante la loro estrazione sociale, ricchi e poveri, nobili e contadini si sposano, si relazionano, si odiano, si alleano, in funzione di doti, possedimenti, scambi, oliveti, denaro. tomasi di lampedusa, attraverso salina, riconosce questa situazione come una condizione comune a tutti i suoi personaggi. e uscendo dalla sicilia, e contestualizzando la narrativa nel periodo dell'unificazione, lampedusa mostra come anche il nuovo assetto politico sia basato sull'avidità e la cupidigia-con la differenza che ora coloro che hanno ottenuto il diritto ad avere accesso alla "roba" più facilmente (borghesia, con libero mercato, proprietà privata, ecc)se la terranno anche più stretta, perchè la roba pro capite è meno, e quindi loro sono più avidi dei nobili che avevano così tanto, che a volte si concedevano anche il lusso di fare le elemosina.
se si legge il gattopardo prestando attenzione a tutte le somiglianze che lampedusa scava e porta alla luce di continuo, si legge un romanzo che è storico perchè ha dei contenuti che risuonano verità sia per l'epoca che si chiudeva che per quella che si apriva, che per i giorni nostri.
l'insistenza sulla morte non è cupa, è piuttosto cinica e rassegnata, e la morte è consolatoria perchè, per come l'ho intesa io, aiuta un razionale come salina a spiegare razionalmente l'irrazionale difficoltà della vita dell'uomo, bestia presumibilmente intelligente: lampedusa scrive ad un certo punto "chi potrebbe maledire chi ha la certezza di morire?" che significa, l'egoismo umano è una strategia di sopravvivenza più facile e più immediata di qualsiasi altra, per il poco tempo che abbiamo per vivere. questo è quello che accomuna tutti i personaggi di lampedusa: il compromesso più immediato, anche se si tratta di vivere nella merda-non è una situazione comune a molti? ne come singole persone ne come società abbiamo delle strategie di vita molto sostenibili o lungimiranti o rilassanti o che fanno bene alla salute mentale..ovviamete, le differenze sociali fanno sì che "vivere nella merda" assuma sensi diversi in ambienti diversi: ad esempio, nel libro
-per i nobili vivere nella merda può essere dover bandire l'amore in virtù della conservazione del patrimonio (matrimoni di convenienza), del nome della famiglia(uomini vanno con le donne di piacere quando sono stufi del matrimonio; donne diventano isteriche perchè vivono una vita nella repressione più totale dei sensi, a meno che non siano fortunate come angelica da essere nate nel momento e nel corpo giusto), ecc
- i contadini vivono nella merda perchè sono troppo occupati a sopravvivere per produrre le briciole che gli concedono i nobili, dopo che essi stessi hanno prodotto. ma così vanno le cose, così devono andare
lampedusa dice anche, attraverso salina, che la sicilia non ha mai voluto cambiare perchè si sente perfetta e non accetta consigli. dice pure che la sicilia è sempre stata occupata e non si è mai autodeterminata. non sono siciliana non ne so nulla, mi sono fatta solo l'idea che una storia di occupazioni probabilmente porta ad un debolissimo ceto autoctnono che non può sviluppare altro che strategie di autodifesa e di adattamento immediato, scegliere la merda minore, sempre però orientata attorno all'accaparrare più roba. e fuori dalla sicilia è la stessa cosa, solo che ci sono anche esempi di vita comunitaria che in sicilia non si sono mai potuti sperimentare (immagino io) per mancanza di occasione o di volontà o di tempo o di contingenze storiche adatte insomma. ovviamente, le nobilità occupanti non hanno mai pensato a niente di tutto ciò (il feudalesimo non è comunitario), e quindi al massimo ci sono state le famiglie di picciotti. mafiosi, feudatari insomma. fuori dalla sicilia, stessa cosa, ma con partita iva.
un'altra cosa che vale la pena notare è la parentesi che lampedusa fa sui libri e la cultura. da cosmopolita viaggiatore non è un reazionario culturalmente conservatore, anzi, è aperto e recettivo a cosa succede fuori dalla sicilia. quindi non è casuale la scenetta di lettura in famiglia che aggiunge alla sua narrazione: in questa scena si dicono cose importanti, come 1) la censura impediva alla maggior parte delle idee europee di entrare in sicilia: impossibile avere degli intellettuali, figuriamoci un popolo con spirito critico (nb: la saggezza popolare, almeno nel caso del gattopardo, è mirata alla sopravvivenza in un sistema oppressivo che viene dall'alto, quindi può fare poco in termini di rivoluzione...non ha tempo per elaborare idee, schiacciata com'è dalla necessità di produrre un buon senso adatto alla sopravvivenza di base); 2) la censura esisteva anche detro la famiglia dei nobili, il principe legge solo cose "edificanti" (mirate al mantenimento dello status quo, con donne sottomesse e quantaltro). in sostanza, quello che sembra fosse mancato alla sicilia (e non solo, è un problema nazionale, non a caso!) è una discussione della gente sulla gente attraverso la cultura (che non sono mostre impressioniste o biennale di venezia, ma testi o quadri o rappresentazioni teatrali ecc in cui la gente possa rispecchiarsi e immaginarsi in situazioni diverse, possa pensare insomma). salina è connivente con questa situazione, non fa niente per migliorarla, è un uomo di scienza ma ha abdicato (o non ha mai preso in considerazione) alla possibilità di usare la sua scienza o supposta razionalità per migliorare le condizioni del popolo; tomasi di lampedusa condanna l'operato di salina, ma lo contestualizza anche storicamente suggerendone l'inevitabilità. per questo il suo personaggio è così tormentato.
e non credo che lampedusa sia molto un reazionario...sicuro non è un rivoluzionario, ma solo perchè è troppo nichilista e scettico per darsi il disturbo di diventarlo. come fa dire al principe in uno dei momenti in cui probabilmente ci si identifica di più: io sono senza illusioni, cosa se ne farebbe il senato di un uomo privo della facoltà di auto-illudersi, necessaria a chiunque voglia guidare gli altri?
molto cinico mh o molto realista boh?
e.
martedì 29 novembre 2011
Internet & Oral Literate Cultures (unmasking the insincerity of the distinction high/low culture)
William's Shimmering Literacies and the last chapters of Brandt's Literacy and Learning focus on a topic which is becoming more and more central in present-day discussions on literacy: the shift of attention from reading to writing.
Brandt explains how the commodification of knowledge has become central to Western market economy: from advertising to user's handbooks to insurance contracts, making contents available to consumers through writing is the sine qua non of a literate market addressed to a largely literate public. Historically, the use of writing developed around the needs of precise sponsors: either the merchant keeping accounts, or the king founding the writers, or the "recent" and disruptive mass-circulation press selling to a growing (and grown) audience. Likewise, nowadays writing is considerably employed (and sponsored) by economic and political activities: the complexification, fragmentation, and burocratization of our societies require an ongoing production of written material, functional to the interaction of the different components of the societies themselves. Through writing, the knowledge which fosters economic, politic, and social changes has been, and is being digested and diffused largely according to the needs of the structures which can benefit from its production: public/private structures which can afford the costs of financing mass written knowledge, or/and structures which have a gain from financing it. In a continuum which links economy to people, literate "labor"’s skills explain and/or sell products; complement the activity of public services; respond to the needs of a mass reading society.
Reading has become instrumental to writing, if such a thing does really make sense (and presently it does). Remunerative writing is basically a working task, to be complied in a more or less programmed way; it (and often its teaching) is promoted and paid because the reading of its content generates gain.
Simultaneously, writing and reading are sponsored by the expanded literate drive of our societies. Consumers of products with user's handbooks, policy holders, book- and magazine-buyers, are the literate us, unemployed, employed, students, workers, immigrants, children, young, adults, elders, everybody. As a largely literate society, we have been mostly, but not only, consumers of/through literate objects. Some things are worth to be said about the different value that writing and reading assume for/are credited by us, according to the moment and time in which we position ourselves in the literate continuum. In her study, Brandt observes that traditionally (that is, in Western XX century, on a mass scale) writing as a skill is taught in dependence to reading (ie.: comprehension tasks at school), and to practical needs, and reading is associated with learning, instruction, top-bottom education; besides that, writing is commonly developed as a private instrument of resistance/vent/self-discovery. But, as Williams's study (and our daily actions) adds, the diffusion of internet and the transformation of mass communication technologies have "massified" other forms of writing use: now, more and more people write to be read, and read to respond and produce more writing.
In her introduction, Williams makes an interesting and useful contextualization of mass popular culture in respect to the transformation of Western societies from largely oral to largely literate ones. Oversimplifying, our popular mass culture is one of many possible developments of a local oral culture -the globalized and commodified one. What is "mass" and "popular" of it, is what is presently shared by people. On this shared culture, as they would do in/with an oral culture, people elaborate and share meaning. In this scenario, the presence of literacy and internet has many consequences: they expand the reach and complexity of voices which participate to a culture which is written/recorded for its means, oral for its modes, and global (as opposed to local and more than national) for its numbers. What about its contents?
I don't have the competence to address the topic of how oral and local cultures helped people to adapt in Western oral societies until the XIX century. As for now, I can refer at least to William's study (but also to my experiences) to say how mass popular culture participates in our lives. Correctly, Williams observes that popular mass culture (namely TV, cinema, music, books, multimedia products) is an important "component" of our leisure time, and it excites many of our passions (he talks about emotions, see chap. 2). Indeed, as an oral culture, mass popular culture is in constant dialogue with our multiple but affine identities, which extract and generate sense from and for it. Not only has internet fostered/amplified the reach of the participants to sharing and sense making-processes, through writing; internet has also made evident a consequence of the diffusion of literacy: "literate" practices of sharing inherited from oral behaviors (indeed natural to humankind) have paralleled "literate" development of the economic and political sphere. Unsurprisingly, it is in these contexts that writing and reading are used to negotiate meanings, acting as strategies of social adaptation through sense-making and consequent decision-making practices.
The questions of high and low culture, academicism and popular mass culture, teaching and self-teaching depend heavily on how the sponsors of literacy envisage the contents of writing and reading in our Western societies. Which sponsor promotes which literacy, in our social continuum(s)? Williams often refers to the disdainful attitude of teachers or professors (of "high culture partisans" in general) in respect to part of popular mass culture. And he rightly points to some obvious characteristic of p.m.c that make it successful (read: appealing or easily-identifiable-with) for the "mass:" 1) the stimulation of involving and strong emotions; 2) its participativeness, which extends the emotions into their communication, generating first-person sense-making, and giving the possibility of "empathetic" sharing. As the "literate" use of internet by younger generations confirms, skills like writing&reading are employed with passion and "success" when used in a situation that is in some way relevant to a person. Nihil novi. The challenge of schools and educators, if they are so concerned with low culture, is to make high culture available to students in ways that allow for personal identification or emotion.
That the academic/literate/educational activities favor rational analysis suppressing emotions is just a sophism: education (as second language classes for adults exemplify; as multicultural approaches to teaching imply) should feed itself of emotive responses, and should teach analytical and critical rationales to elaborate these emotive responses in "productive" ways. An adult who is taught a new language with the purpose of finding a job, doesn't interact immediately with the so called high culture (which is likely not to be the same high culture she has in mind) - therefore, if an emotion different from boredom prevails, this may be for instance the necessity to have access to a job, or a sincere interest in integration/assimilation. A student who reads Harry Potter or who is passionate of The Lord of the Rings, may feel more involved in "high culture" teachings when, for instance, literature and history are taught to her with the appeal that normally characterizes historical, political, literary, social facts when related to the lives of everyday people (another chapter to be dealt with....). In a sense, literacy and education can be effective when they become oral, when they function/are consumed as popular mass culture.
Besides, Williams remarks are extremely interesting in respect to the question of authors/sense-makers and audiences. Again, it is internet to shed light on another crucial implication of mass literacy: the authority of a text (being it written, filmed, performed, etc.) and of the ideas it circulates is more and more associated to "anonymous," common, single individuals; authority is being performed and accepted as a mass prerogative, and is presently undergoing a sort of decentralization. Nonetheless, the knowledge and value systems that literacy contains and spreads are strongly dependent on the systems of knowledge production and release to which I referred in the first paragraphs. These systems inevitably influence the ways in which knowledge and its meanings are circulated. It is precisely this influence that generates "low" and "high" cultures, and defines the terms in which content and modes of low and high cultures interact.
Internet can suggest educators and people in general how to adapt themselves to society, or how to adapt society to themselves. The decentralization of authority in meaning-(re)production is a hint. Another hint can be the leveling of the roles of writing and reading.
Brandt, Deborah. Literacy and Learning: Reflections on Writing, Reading, and Society. San Francisco, CA: John Wiley & Sons, 2009.
Williams, Bronwyn T. Shimmering Literacies: Popular Culture & Reading & Writing Online. New York: Peter Lang, 2009.
lunedì 7 novembre 2011
The Class as the Polis, plus Metics, Slaves, and Women
As far as I have understood, Finders suggests that the yearbook perpetuates power tensions and power relationships among teenagers precisely because students are not pushed by their literacy activities to challenge the power structure internal to their own groups and gangs. The lack of critical awareness of one's positioning within the class is due to the tendency of transforming the class and the school in a "safe environment" where an unproblematized expression of the self (for example through free reading or writing choices) is preferred to debates around why every single student's self is expressed through particular choices and behaviors. Therefore, an uncritical centering on the teenager's independence is likely to lead to a perpetuation of social discourses that, entering the school through the different students' identities, re-enact the power relations existing outside the school, and these relations are consequently maintained through the years, making school an environment unable to fully articulate a project of social change.
All this makes very much sense. I think that the focus it drives on literacy and language is very up to the point and powerful; in a way, Finders's argument points to the often overlooked complex value of literacy and literary products, that goes well beyond the mere aspect of providing people with a technology (in the case of literacy) and with a set of notions (in the case of literary products). In my opinion, commonsensical understanding of literacy and of the humanities tends to place literacy in relation to the basic skills needed to (economically) succeed in society, and the humanities (as understood in high school and, I'm afraid to say, also in college and university) in relation to some form of high culture leisure. In the high school (and I do not think there are real differences between the States and Italy), these discourses on literacy and literature apply in that literacy is understood as a taken-for-granted set of abilities, and literature is understood as a craft that students should be able to aesthetically decode and historically position: most of the time, superficial factual knowledge. Among the various consequences of this, there is the risk of alienating students from the powerful role that language and texts have in the formation or confirmation of social and individual values, roles, attitudes, and so on. Besides, this traditional and commonsensical approach to literacy is doomed to perpetuate unresolved political issues linked to present-day globalized and culturally mixed scholastic environments.
In Italy, the structure of the high school (that students attend from the age of 13 to the age of 18) is completely different from the American one. And so is the student population, which now has probably already changed from when I was attending my last year, 5 years ago, as the presence of student of non-Italian descent is becoming higher. Nonetheless I'm reading all those papers on multi-cultural (i'd rather say identity-shifting) education as extremely powerful insights on educational and integrationist issues that exist in every context in which class, gender, racial or cultural tensions are experienced and enacted. For sure, a teenager environment is one of these contexts, and a critical one as far as identity-construction is concerned. The idea of using literacy and literature/text analysis to create a practice of discourse-awareness and discourse-debunking (or at least critique) is, in my opinion, truly exciting in that it can prove very engaging for students, and truly useful for society itself, as it may fulfill what I consider the main aims of education: critical ability, and self-empowerment through community (-ies) empowerment. In this respect, the role of the teacher may become even more central and engaging (and difficult..) than it already is, as s/he may be required to function both as debate-generator and debate-regulator, focusing on the importance of formulating the clash within the class, in order to overcome it outside the class in the long run.
http://en.wikipedia.org/wiki/Polis
giovedì 27 ottobre 2011
Paul Goodman Changed My Life
un'altra ovvietà che direbbe un critico è che sono ossessionata dalla questione della critica. per forza, visto che sono una critica. in genere il critico medio mainstream simpatizzante per il libero mercato si sofferma ad osservare un'ossessione ma non la indaga, perchè indagarla porta in genere ad un risultato che mina lo status quo. ci sono dei critici che hanno una buona ragione per non essere dei veri critici, ma solo dei lavoratori della critica: la loro vita quotidiana. indugiare in pensieri e vaneggiamenti è uno dei sette peccati capitali; rende cinici e asociali, molto spesso frustrati, ancora più frequentemente pone problemi di coerenza, e generalmente si conclude o in forme di ipocrisia, o in forme di segregazione autoinflitta. in breve, critica e vita quotidiana tendono ad autoescludersi in virtù del compromesso a cui si scende per vivere bene.
perchè questo è il cuore della faccenda.
sono una bestia sociale, il mio istinto va verso la condivisione e nel frattempo va verso la critica. l'obiettivo è vivere bene, il compromesso è per ora fatto a discapito della condivisione. ci sto rimettendo ma in vista di un guadagno. peraltro, non potrei fare diversamente. sono immersa nella storia sporca degli stati uniti, e per ora mal sopporto chi fa i baccanali su terra occupata. non c'è moralismo ma c'è un forte giudizio in quello che scrivo e che penso, e presto farò un post sul razzismo, poi ne farò un'altro sugli slogan che ho fotografato il 15 ottobre, e questi saranno due esempi del perchè la mia critica mi tarpa le ali when it comes to be nice to people. and when it comes to go to parties or museums or dinners.
il blog è una buona mediazione per la condivisione. è una condivisione che c'è sempre potenzialmente, ma c'è di fatto solo se pubblicizzo, e per cosa pubblicizzo, e non necessariamente se pubblicizzo. non ho un pubblico preciso in testa, ma ho pur sempre un pubblico. più questo si definisce più la mia comunicazione si definisce. per ora sto parlando a me stessa principalmente, e al pubblico solo idealmente.
il diario segreto ha fatto il suo tempo. questa è l'epoca del blog non pubblicizzato aka quando il voyeurismo stimola (e non è cosa rara)
NY I Love You but You're Bringing Me Down
ci sono due ragazzi e due ragazze che hanno conquistato la mia fiducia saltuaria. a. è una californiana, se n'è tornata a denver da un po'. l'ho conosciuta mentre vendeva i suoi disegni a union square, e per qualche giorno ci siamo fumate un po'di canne assieme parlando di cose e guardando i nostri disegni e video su youtube. ha ventinove anni e vive vendendo quello che fa. a volte risponde a degli annunci su craigslist e fa credere a qualche sadico che lo ritrarrà dopo averlo frustato sul suo letto, e così riesce ad arrotondare meglio scroccandogli soldi "per la sola fatica di risponderti alla mail e pensare se ho del tempo libero per il tuo sporco disegno." cuce vestiti e ha ogni giorno un'uscita diversa con qualche ragazzetto o con qualche studente annoiato o con qualche guerriero urbano. accetta i complimenti e le avances con un'ingenuità e una pazienza che le invidio infinitamente, ogni volta che me ne parla le si illuminano gli occhi. mi è capitato di conoscere un piccolo tedesco che l'ha conquistata dicendole che sarebbero andati a LA assieme. non l'avrei notato se fossi stata in metro, mi figuro come avrei potuto rispondergli se mi avesse rivolto la parola senza che lei ci presentasse. totale disinteresse. sono prevenuta e non lascio le persone esprimersi. non smetto di studiarle. le svuoto della poesia che hanno se decido che non mi stanno comunicando niente. in genere non lascio loro troppo tempo per farlo. le boicotto perdendoci
d. è ad un corso con me non so quasi niente di lui. se non che è tornato all'università perchè i lavori di merda che faceva lo stavano svuotando. è tornato qui dalla west coast e si è rimesso a insegnare a studiare e a scrivere. poi per fortuna è iniziata l'occupazione di wall street e si è fatto fagocitare dagli eventi, pisciando l'università nei limiti del possibile. è intimidito da me e io sono intimidita da lui perchè può esserci troppa somiglianza tra noi e siamo due bestie con delle ferite da curare. non ci possiamo fidare troppo di noi stessi ma possiamo fidarci abbastanza da passare un'ora ad un incrocio a parlare della società per implicare che non stiamo bene ma non possiamo dircelo in faccia. non so niente di lui. mi piacciono le ossa che gli sporgono sotto il collo spingendo la pelle scura lucida e mi piace il suo viso, mi toglie il fiato. le sue labbra mi tolgono il fiato, e le sue espressioni anche. non assomiglia a nulla che abbia mai visto prima. ho aspettato una settimana per vederlo, e non c'era a lezione. l'ho incrociato oggi e non mi sono fermata a parlarci. mi boicotto perdendoci. un giorno saprà leggere l'italiano abbastanza bene per capire cosa ho scritto qui e potrà ridere della mia narrativa su di lui.
g. viene da haiti e mi ha fatto passare la serata migliore da quando sono qui. l'ho conosciuto un paio di sere fa in un minuscolo cinema dove vado ad informarmi su un mondo che funziona male e che non so come affrontare. il suo buon umore è esaltante funziona come una specie di sbadiglio che provoca uno sbadiglio in chi lo guarda, però lui non sbadiglia ma ride. scoppia in delle risate incredibili mentre parla di cose che richiedono molta precisione nel linguaggio, ride quando si rende conto di alcune contraddizioni nella logica della logica, e così l'interlocutore non può che imboressarsi di conseguenza. è rastafariano per due motivi. primo, perchè così non deve farsi la barba e può tenersi i lock. secondo, perchè così può essere sè stesso. terzo, perchè così naviga nelle passioni del mondo più da essere spirituale che da filosofo accademico, quale per ora è. abbiamo iniziato a parlare perchè mi ha fatto la solita imitazione dell'italiano che fanno tutti gli stranieri, enfatizzando la vocale della penultima sillaba. dopo di chè mi ha detto che aveva sentito parlare della lega a lezione, perchè il suo professore aveva osservato come i leghisti attacchino i suditaliani su una premessa sbagliata, ossia una concezione diversa del tempo (ore minuti secondi) tra nord e sud. dopo di chè siamo stati a parlare fitto per cinque ore bevendo.
c. è israeliana. (non) è pazza. è istericamente sè stessa. è orfana di madre e l'ho scoperto ieri per caso. mi ha fatta andare ad un karaoke texano dove era con i suoi amici a cantare canzoni rock. i suoi amici erano un gruppo di 40 enni ubriache e disinibite, non ne ho conosciuta nessuna perchè ero troppo occupata a sentirmi dentro un film e guardare cosa succedeva. ero circondata da odore di carne grassa e dalla musica della band marchettara che suonava le basi a romantici nostalgici rocchettari, cantanti improvvisati, stonati ed applauditi. c. mi diceva che era stata ubriaca fino a poche ore prima, dal giorno precedente in cui era andata a brooklyn con il suo tipo irlandese. dice che ha un aspetto androgino ed ha 32 anni. c. è ossessionata dai bed bugs, le bestie che si annidano nei materassi e nelle lenzuola e nei vestiti di ny, è ossessionata dallo sporco, e non mangia da giorni perchè i suoi coinquilini cinesi tengono la cucina come una cloaca, e ci sono pure dei topi che girano. non mi sta a sentire se le dico che sono nella stessa situazione ma io mangio, e sono ancora viva. ieri si è messa sulle mani un olio per respingere gli insetti, ma poi si è toccata i pantaloni di pelle nera ed è schizzata per via dell'alone che ci ha stampato sopra. è la mia bambina, ed è una fonte di purezza. è geniale è anarchica ed è una punk schizzinosa per via delle infezioni. è ingenua. ieri ha appeso in metro un sacchetto con dei vestiti usati che aveva comprato, l'ha appeso per non averlo tra le mani mentre facevamo il tragitto. qualcuno se l'è rubato e lei voleva riportare il furto alla polizia. siccome sedevo vicino ad una cubana che stava facendo a memoria un ritratto di un venditore cubano visto un mese fa in isola (da cui era rimasta molto colpita, e penso le sarebbe piaciuto farci l'amore), e questa cubana mi stava parlando, c. le ha chiesto se poteva fare uno schizzo del ladro. la cubana mi ha continuato tranquillamente a parlare dicendomi che credeva io avessi 17 anni. c. se l'è messa via e si è consolata con un dolcetto cinese gommoso, l'ha mangiato tenendolo con la stagnola che avvolgeva la scatola. io l'ho rincuorata dicendole che anche lei avrebbe preso su una busta abbandonata con dei vestiti dentro, e che la colpa era sua se aveva vaneggiato. mi ha detto che gli occhi sono la prima cosa che la attrae in una persona, non è contenta dei suoi occhi scuri e invidia i miei che sono chiari. ha dei begli occhi nocciola con un contorno più scuro, gliel'ho detto e mi è sembrata contenta ma ha voluto assicurarsene facendomi qualche altra domanda sul perchè a me piacessero anche gli occhi scuri, e sul perchè io non attribuisca tutta l'importanza che da lei agli occhi, quando mi devo innamorare di qualcuno. ha vissuto per anni ad athen, georgia. odia la gente della nostra età perchè dice che sono tutti degli hipsters, credo voglia intendere falsi alternativi. ci siamo conosciute alla prima assemblea per portare occupy wall street ad harlem, ma poi non è più venuta perchè è troppo persa nel suo mondo per stare dietro al resto. fa dei brutti sogni spesso, non mi da una chiara panoramica di lei. a volte mi esaurisce. ma rispetta i miei spazi e sa di vita, è spontanea.
ho voglia di tornare ai tempi in cui le persone erano come lei e mi lasciavano essere me stessa. ny mi prova perchè mi mostra una direzione e mi incita a prenderla. voglio vivere a caso senza che la mia logica svuoti tutto di bellezza ma voglio che la mia logica rimanga con me in caso di emergenza. non so se richiedere il dottorato. non mi interessa se non per i soldi.
mi piace la rivoluzione perchè sta riportando la gente per strada e la sta facendo incontrare. ows è uno spazio di negoziazione tra ingenuità ed organizzazione. anche scrivere e un modo per essere ingenui. la critica ammazza l'ingenuità della scrittura svelando le intenzioni e le colpe degli scrittori. è utile farlo se si sa dove farlo ma è difficile capire come usare la critica e sopravviverle.